
Strasburgo – Mentre a Strasburgo il Parlamento europeo discuteva una mozione di sfiducia nei suoi confronti, Ursula von der Leyen sfilava impassibile a Roma, partecipando alla Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Un gesto simbolico, quasi provocatorio, che ha dato il tono a una giornata politicamente densa. Il tentativo di censura nei confronti della presidente della Commissione europea si è concluso con un nulla di fatto: la mozione è stata respinta con 360 voti contrari, 175 favorevoli e 18 astenuti. Ma il messaggio è chiaro: qualcosa si è incrinato nei palazzi di Bruxelles.
La mozione, presentata da un europarlamentare romeno dell’ECR e firmata da 77 deputati di destra, nasce dallo scandalo “Pfizergate”, ovvero la controversa negoziazione via SMS tra von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer per l’acquisto dei vaccini anti-Covid. Messaggi mai resi pubblici, nonostante le pressioni. Ma il caso Pfizer è solo la punta dell’iceberg: il dissenso verso la presidente tedesca si estende su vari fronti, dalle politiche migratorie alle derive securitarie e al crescente allineamento verso destra.
Un fronte spaccato
La mozione non aveva i numeri per passare: servivano i due terzi dell’Eurocamera. A difendere von der Leyen è stato innanzitutto il suo Partito Popolare Europeo, compatto nella fiducia. Ma all’interno della sua stessa maggioranza, i malumori abbondano. Socialisti (S&D) e liberali (Renew), pur votando contro la mozione, hanno lanciato un chiaro ultimatum: se l’orientamento della Commissione non cambierà, a settembre potrebbe arrivare un nuovo tentativo di sfiducia.
Astensioni tattiche e voti discordanti
A rendere più incerta la tenuta della maggioranza è stata anche la spaccatura interna ai Conservatori e Riformisti (ECR). Fratelli d’Italia, forza trainante del gruppo, ha scelto l’astensione, nel tentativo di evitare contraccolpi interni, soprattutto con la fazione polacca del Pis, che ha votato a favore della mozione. Dall’Italia sono arrivati anche i voti favorevoli del M5S e del Partito Comunista, in dissenso con le rispettive linee ufficiali. Un Parlamento europeo dunque frammentato, dove le alleanze sono più fluide che mai.
Von der Leyen guarda altrove
Nel pieno del dibattito, von der Leyen ha scelto di ignorare simbolicamente la discussione sul proprio operato. Si è recata a Roma, dove ha presenziato alla Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Un segnale di continuità su uno dei dossier più strategici e redditizi del momento: non più vaccini, ma armi e appalti per la ricostruzione. In un’Europa segnata dalle crisi, si parla di affari e non di pace, mentre le tensioni internazionali e interne crescono. E in un continente affaticato da infrastrutture vecchie e città sovrappopolate, l’equilibrio politico appare sempre più fragile.
Un equilibrio instabile
Ursula von der Leyen esce formalmente rafforzata, ma il suo scudo politico mostra crepe evidenti. Accusata di autoritarismo e opacità, attaccata da destra e mal digerita da sinistra, continua la sua corsa verso un possibile secondo mandato. Ma con un’Europa sempre più divisa, e con una Commissione percepita da molti come lontana dai cittadini, la tenuta della legislatura resta appesa a un filo.



