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La “Scena muta” all’esame e l’eco del ’68: quando la scuola diventa palcoscenico del dissenso

Un silenzio all’esame orale carico di significato. Due studenti, uno da Padova e una studentessa del Liceo scientifico “Galilei” di Belluno, hanno scelto la “scena muta” all’esame di maturità come forma di protesta contro un sistema didattico e valutativo che definiscono “antipedagogico”.

La scuola scopre così che la legge consente agli studenti di rifiutare l’esame orale senza che questo comporti la bocciatura. E allora il ministro Valditara interviene per arginare la falla: chi farà “scena muta” sarà bocciato. La dichiarazione accende il dibattito e solleva interrogativi profondi sulla libertà di espressione all’interno del sistema scolastico italiano.

L’episodio odierno ci riporta, con un’eco sorprendente, alle fermentanti stagioni di contestazione giovanile, in particolare al Movimento del Sessantotto. Allora come oggi, gli studenti si sono fatti portavoce di un malessere diffuso, rifiutando un’istruzione percepita come autoritaria, nozionistica e lontana dalle loro esigenze. Se nel ’68 la contestazione era mossa da un desiderio di rottura radicale con le istituzioni e i valori tradizionali, oggi gli studenti, pur con modalità diverse, esprimono un disagio analogo nei confronti di una scuola che, secondo loro, “criminalizza il dissenso” e “trasforma i luoghi del sapere secondo il paradigma dell’obbedienza e della repressione”.

Le parole di Paolo Notarnicola, coordinatore nazionale della Rete degli Studenti Medi, risuonano come un monito: “Il ministro Valditara continua la sua strategia di smantellamento ‘a singhiozzo’ della democrazia scolastica. Siamo infatti di fronte all’ennesima riforma volta a punire ogni forma di dissenso… È un tentativo palese di criminalizzare il dissenso e di zittire con la forza ogni forma di contestazione”. Questa accusa di autoritarismo e repressione richiama direttamente le critiche mosse al sistema scolastico del Sessantotto, percepito come un apparato volto a formare individui omologati e non pensatori critici.

Analogamente, Viola Carollo, coordinatrice regionale della Rete degli Studenti Medi del Veneto, sottolinea come la “scuola del merito” voluta dal governo sia un fallimento, un sistema che “schiccia” e “riduce le nostre vite a un numero, a un voto”. Il grido degli studenti del ’68 era proprio quello di una scuola che promuovesse la libertà di pensiero, lo sviluppo critico e non la mera acquisizione di nozioni. Allora si contestava la lezione frontale, l’assenza di dialogo, la gerarchia oppressiva; oggi si critica una scuola che trascura il “benessere psicologico” e trasforma l’apprendimento in una “gara tossica alla performance”.

Certo, le differenze tra le due epoche sono evidenti. Il ’68 fu un movimento di massa, globale, caratterizzato da un forte impegno politico e da rivendicazioni spesso radicali. La protesta odierna, per quanto significativa, è ancora circoscritta a singoli episodi. Tuttavia, il comune denominatore è il rifiuto di un’educazione che non tenga conto della persona nella sua interezza, che privilegi la performance sulla crescita, l’obbedienza sul pensiero critico.

La “scena muta” degli studenti di Padova e Belluno non è un semplice capriccio, ma un atto di protesta che richiama l’attenzione su questioni fondamentali: la qualità dell’istruzione, il ruolo dello studente come individuo pensante, la necessità di una scuola che sia luogo di crescita e non di mera valutazione. Mentre si discute di “criminalizzare il dissenso”, di “caduta a pezzi delle scuole”, di “caro libri” e di “dispersione scolastica”, gli studenti ci ricordano che la vera sfida è costruire una scuola che risponda ai bisogni reali della gioventù, una scuola che non abbia paura del silenzio, soprattutto se questo silenzio è carico di significato e di richiesta di cambiamento.

Il rischio, come nel ’68, è che le istituzioni non colgano il profondo disagio che si cela dietro queste proteste, scegliendo la via della repressione anziché quella del dialogo. In un’epoca di profonde trasformazioni, il silenzio degli studenti potrebbe essere il più eloquente dei messaggi.

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