In occasione della mobilitazione nazionale “In piazza per Gaza” di oggi sabato 7 giugno, le forze progressiste del territorio bellunese hanno elaborato una mozione congiunta per sollecitare il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Italia, in linea con quanto recentemente fatto da Spagna, Irlanda e Norvegia, e con il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 9 maggio 2024.
La mozione, che verrà presentata nei prossimi giorni nei consigli comunali e provinciali della provincia di Belluno, si inserisce in una più ampia iniziativa politica che sta coinvolgendo enti locali, città metropolitane e Regioni in tutta Italia.
L’atto propone di impegnare i Sindaci e le Amministrazioni locali a farsi portavoce di precise richieste al Governo italiano, tra cui:
– il riconoscimento della Palestina quale Stato democratico e sovrano entro i confini del 1967;
– il sostegno al cessate il fuoco immediato e alla protezione dei civili;
– la sospensione della vendita e dell’importazione di armi dallo Stato di Israele;
– il pieno sostegno alla Corte Penale Internazionale e all’adozione di sanzioni contro gravi violazioni del diritto internazionale.
Con questo atto, le forze politiche firmatarie intendono ribadire la necessità di una posizione netta, coerente e umanitaria dell’Italia e dell’Unione europea, che guardi a una soluzione di pace giusta e duratura basata sul principio “due popoli, due Stati”.
Hanno sottoscritto la mozione:
Belluno: Partito Democratico, Insieme per Belluno – Bene Comune, Belluno D +, Valore Comune Belluno, in Movimento
Feltre: Sinistra Feltrina, Partito Democratico, Cittadinanza e partecipazione, Idea per Feltre.
La mozione è già stata depositata dai gruppi di maggioranza nei comuni di Borgo Valbelluna, Pedavena,
Pieve di Cadore, Soverzene e dai gruppi di minoranza di Ponte nelle Alpi e Limana (Limana insieme).
Nei prossimi giorni la mozione sarà depositata anche in molti altri comuni
MOZIONE
Oggetto: riconoscere la Palestina quale Stato democratico e sovrano
Premesso che:
• nella notte tra il 17 e il 18 marzo scorsi, la tregua nella guerra a Gaza è stata
drammaticamente interrotta da una serie di attacchi aerei israeliani sulla Striscia,
seguiti da operazioni terrestri, che hanno causato centinaia di vittime palestinesi che
si aggiungono alle decine di migliaia dall’inizio del conflitto;
• alla chiara, netta, condivisa e reiterata condanna di Hamas per l’orribile atto
terroristico compiuto il 7 ottobre 2023, non sono seguite da parte del Governo italiano
e da parte degli attuali vertici della Commissione europea, condanne altrettanto
chiare e nette per l’apocalisse umanitaria a Gaza, i crimini di guerra e la sistematica
violazione del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario da parte del
Governo Netanyahu;
• le operazioni militari che hanno colpito la popolazione civile palestinese in
Cisgiordania e Gaza e interrotto l’erogazione di elettricità e bloccato gli aiuti umanitari
a Gaza, nonché il disumano sfollamento forzato della popolazione, rappresentano
violazioni inaccettabili del diritto internazionale ed umanitario che necessitano
un’immediata iniziativa dell’Italia e dell’Unione europea per il ripristino della tregua e
per la liberazione degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas;
• operazioni come il bombardamento del pronto soccorso dell’ospedale battista al-Ahli
di Gaza City, o come la deliberata esecuzione di 15 soccorritori e operatori sanitari
palestinesi, tra cui 8 medici, vicino a Rafah, uccisi dall’esercito israeliano mentre
tentavano di prestare soccorso e seppelliti in una fossa comune, testimoniata dalla
libera stampa dopo il tentativo di insabbiamento da parte delle autorità israeliane,
necessitano inchieste indipendenti da parte delle Nazioni Unite per accertare la
responsabilità sui crimini di guerra commessi;
• le forze estremiste di destra che sostengono il Governo Netanyahu hanno spinto per
riprendere il conflitto e invocato ulteriori crimini di guerra e l’amministrazione
americana ha offerto pieno sostegno al Primo ministro Netanyahu nella violazione
della tregua, ricevendolo con tutti gli onori alla Casa Bianca malgrado il mandato
d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro
l’umanità, così come aveva fatto su suolo europeo il leader ungherese Victor Orban;
• da giorni migliaia di israeliani stanno manifestando a Tel Aviv e Gerusalemme contro
il governo, accusando Netanyahu di violare i principi democratici e di stare
prolungando la guerra a Gaza per mero interesse politico, mettendo a rischio
spregiudicatamente la vita degli ostaggi ancora in mano ai terroristi di Hamas;
• da giorni a Gaza centinaia di palestinesi, malgrado lo stato di guerra, hanno
protestato nel nord di Gaza contro Hamas e per la prima volta hanno invocato
apertamente la fine del controllo del gruppo terroristico, l’Autorità nazionale
palestinese ha salutato le proteste come “un grido dei residenti contro le politiche di
Hamas” e chiesto il ripristino del controllo sulla Striscia;
• le proposte del presidente Trump, che ha prefigurato l’evacuazione dei circa 2,1
milioni di residenti palestinesi a Gaza e la creazione di una “riviera del Medio Oriente”,
suscitando l’indignazione di gran parte della comunità internazionale e dei principali
paesi europei (con l’eccezione del Governo italiano), vanno condannate senza
2
esitazioni e riserve;
• lo scorso 4 marzo al Cairo la Lega Araba, alla presenza anche del segretario
generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres e del presidente del Consiglio europeo
António Costa, ha presentato un Piano per Gaza, una proposta unitaria per il futuro
e la ricostruzione della Striscia che prevede investimenti per oltre 53 miliardi, che
l’Unione europea e gli Stati membri devono sostenere attivamente e con
determinazione;
• la drammatica situazione del quadrante mediorientale, strategico per un continente
che si affaccia nel Mediterraneo, impone all’Unione europea, se vuole credibilmente
rappresentare un presidio nel mondo a difesa del diritto internazionale e dei pilastri
del multilateralismo, di non permettere, ancora una volta, che la causa palestinese
torni nell’oblio;
• l’Unione europea – seguendo le posizioni e le proposte avanzate dal precedente Alto
Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, Joseph Borrell, e non
richiamate dall’attuale Alto Rappresentante Kaja Kallas – deve impegnarsi per
lavorare, in seno alla comunità internazionale, per costruire una pace giusta e
duratura, che non può che passare dal riconoscimento dei diritti del popolo
palestinese, a partire da quello di avere uno Stato libero dall’occupazione israeliana,
nonché dalla garanzie di sicurezza per Israele;
• la comunità internazionale ha il dovere morale e giuridico di intervenire, anche a
livello diplomatico e umanitario, per proteggere la popolazione civile e promuovere
una soluzione pacifica del conflitto.
Considerato che:
• il 9 maggio 2024, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la
risoluzione intitolata “Admission of new Members to the United Nations” che
riconosce la Palestina come “qualificata per diventare membro a pieno titolo delle
Nazioni Unite, raccomandando al Consiglio di Sicurezza di “riconsiderare
favorevolmente la questione”: il testo è stato adottato con 143 voti a favore, 9 contrari
e 25 astenuti, tra cui l’Italia;
• il 28 maggio 2024 Spagna, Irlanda e Norvegia hanno riconosciuto ufficialmente lo
Stato di Palestina, e anche il presidente francese Macron ha recentemente dichiarato
che a giugno la Francia riconoscerà lo stato di Palestina;
• il riconoscimento dello Stato di Palestina oggi rappresenta il presupposto necessario
per preservare la prospettiva politica dei «due popoli, due Stati» e, dunque, per
garantire la convivenza in pace e sicurezza degli israeliani e dei palestinesi,
soprattutto di fronte all’esplicita negazione di questa prospettiva da parte delle
leadership politiche al momento al Governo in Israele e agli obiettivi
dell’organizzazione terroristica Hamas;
• già il 27 febbraio del 2015 il Parlamento italiano ha impegnato il Governo italiano al
riconoscimento della Palestina quale Stato democratico e sovrano entro i confini del
1967 ed anche il Parlamento europeo con la risoluzione del 17 dicembre 2014 ha
chiesto il riconoscimento dello Stato palestinese.
Considerando, altresì, che:
• è in corso presso la Corte internazionale di giustizia – principale organo giudiziario
delle Nazioni Unite – un procedimento su iniziativa del Sudafrica nei confronti dello
Stato di Israele per la violazione della Convenzione sul genocidio del 1948;
• la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto per il primo
ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant
e il leader di Hamas Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri – noto come Deif – per crimini
3
di guerra e crimini contro l’umanità per la guerra a Gaza e gli attacchi dell’ottobre
2023;
• la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha sollevato in Parlamento dubbi di
carattere politico sui provvedimenti della CPI e il Ministro degli Esteri ha dichiarato
ha dichiarato che “la richiesta di arresto di Netanyahu è irrealizzabile” e che “è tutto
molto chiaro, ci sono delle immunità e le immunità vanno rispettate”, mentre le
pronunce della stessa Corte Penale Internazionale hanno escluso una prevalenza
della norme internazionali sull’immunità rispetto alle sue pronunce per crimini di
guerra e crimini contro l’umanità;
• queste dichiarazioni del Governo comportano l’ennesima palese forma di
delegittimazione della CPI, a cui è seguito l’aperto conflitto sul caso del libico Almasri,
in un momento in cui sta subendo un forte attacco e l’Europa, e in particolare l’Italia,
dovrebbero difenderne ruolo e funzione, perché la Corte rappresenta un’acquisizione
fondamentale del diritto e della giustizia internazionale.
Si impegna il Sindaco e l’Amministrazione a rappresentare presso
il Governo le seguenti richieste:
1. riconoscere la Palestina quale Stato democratico e sovrano entro i confini del 1967
e con Gerusalemme quale capitale condivisa, che conviva in pace, sicurezza e
prosperità accanto allo Stato di Israele, con la piena assunzione del reciproco
impegno a garantire ai cittadini di vivere in sicurezza al riparo da ogni violenza e da
atti di terrorismo, al fine di preservare nell’ambito del rilancio del Processo di Pace la
prospettiva dei “due popoli, due Stati”;
2. promuovere – forte dell’impegno assunto nel 2014 dal Parlamento europeo – il
riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Unione europea, nel rispetto del
diritto alla sicurezza dello Stato di Israele;
3. sostenere, in tutte le sedi internazionali e multilaterali, ogni iniziativa volta a esigere
il rispetto immediato del cessate il fuoco, la liberazione incondizionata degli ostaggi
israeliani ancora nelle mani di Hamas, la protezione della popolazione civile di Gaza
e la fine delle violenze nei territori palestinesi occupati, la fornitura di aiuti umanitari
continui, rapidi, sicuri e senza restrizioni all’interno della Striscia, il rispetto della
tregua in Libano scongiurando il rischio di futuri attacchi da parte di Hezbollah; il pieno
rispetto del diritto internazionale umanitario;
4. sostenere il cosiddetto “Piano arabo” per la ricostruzione e la futura amministrazione
di Gaza anche alla luce del favore di larga parte della comunità internazionale,
assicurando il pieno coinvolgimento delle forze democratiche e della società civile
palestinese, respingendo e condannando qualsiasi piano di espulsione dei
palestinesi da Gaza e Cisgiordania;
5. sospendere urgentemente, ove in essere, le autorizzazioni di vendita di armi allo
Stato di Israele concesse anteriormente alla dichiarazione dello stato di guerra dell’8
ottobre 2023, al fine di scongiurare che tali armamenti possano essere utilizzati per
commettere gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, nonché a sostenere
e farsi promotore, a livello europeo con gli altri Stati membri, di opportune iniziative
volte alla totale sospensione della vendita, della cessione e del trasferimento di
armamenti allo Stato di Israele, nel rispetto della posizione comune (2008/944/PESC)
sulle esportazioni di armi e del Trattato sul commercio di armi (Att) dell’Onu, come
richiesto dalla risoluzione approvata il 5 aprile 2024, dal Consiglio dei diritti umani
delle Nazioni Unite;
6. provvedere all’immediata sospensione dell’importazione degli armamenti dallo Stato
di Israele, anche in considerazione dei dati emersi dalla Relazione dell’anno 2025,
trasmessa alle Camere (di cui all’art. 5, comma 1, della legge 9 luglio 1990, n. 185);
7. sostenere in sede europea l’adozione di sanzioni nei confronti del Governo israeliano
4
per la sistematica violazione del diritto internazionale e del diritto internazionale
umanitario e nei confronti dei coloni responsabili delle violenze in Cisgiordania;
8. esigere la tutela dell’incolumità della popolazione civile della Cisgiordania,
richiedendo che lo Stato di Israele cessi ogni operazione militare, l’occupazione
militare illegale di tali territori e l’illegale creazione e sostegno di insediamenti
israeliani;
9. proporre azioni efficaci contro le violazioni del diritto internazionale e umanitario da
parte del Governo di Israele, inclusa la sospensione dell’accordo di associazione EUIsraele, per le ripetute violazioni dell’art. 2 del suddetto accordo da parte del Governo
israeliano e la violazione delle fondamentali regole dello stato di diritto in atto, come
denunciato dalle forze di opposizione israeliane;
10.dare piena attuazione ai mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale,
in linea con la normativa italiana di adeguamento allo Statuto di Roma e in virtù del
previsto obbligo di cooperazione da parte degli Stati membri, senza improprie
considerazioni politiche che minerebbero il principio fondante per cui la legge, anche
internazionale, è uguale per tutti;
11.sostenere, in tutti i consessi europei ed internazionali, la legittimità della Corte Penale
Internazionale, mettere in atto ogni iniziativa politica e diplomatica per scongiurare
attacchi alla sua operatività e ribadire la necessità della Corte come strumento
cardine della giustizia internazionale.
