Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato il Consiglio Supremo di Difesa per giovedì 8 maggio 2025 alle ore 17. La riunione si terrà al Palazzo del Quirinale e, come comunicato ufficialmente dalla Presidenza della Repubblica, sarà incentrata su temi di estrema attualità e rilievo strategico per l’Italia e l’Europa.
All’ordine del giorno, spicca in primo luogo la questione del riarmo europeo. Il Consiglio affronterà le valutazioni sul Libro bianco della difesa europea, le infrastrutture strategiche nazionali, l’adeguamento dello strumento militare e le prospettive per l’industria italiana della difesa, in un contesto geopolitico sempre più complesso e instabile.
Un’attenzione particolare sarà inoltre rivolta all’evoluzione delle principali aree di crisi a livello globale. Verranno analizzati i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, nonché le iniziative di pace promosse sia in ambito internazionale che europeo. L’obiettivo è delineare una posizione strategica coerente con gli interessi nazionali e con la partecipazione dell’Italia agli sforzi diplomatici multilaterali.
Alla riunione parteciperanno, insieme al Capo dello Stato, la presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, e i ministri degli Affari Esteri, Interno, Economia, Difesa e Sviluppo Economico. Pur essendo convocato normalmente due volte l’anno, il Consiglio può riunirsi ogniqualvolta il Presidente della Repubblica lo ritenga necessario, in accordo con il governo.
Istituito nel 1950, il Consiglio Supremo di Difesa rappresenta uno degli organi chiave della struttura istituzionale italiana in materia di sicurezza e difesa nazionale, e funge da luogo di confronto strategico tra le massime autorità dello Stato.
Giovedì 8 maggio si deciderà dunque quale sarà la posizione dell’Italia nel quadro geopolitico internazionale. Una situazione che ricorda quella nella quale ci trovammo nel marzo del 2003 durante la Seconda Guerra del Golfo.
Ora facciamo un passo indietro
Il 20 marzo 2003 l’esercito degli Stati Uniti diede il via all’invasione dell’Iraq, aprendo un conflitto che sarebbe durato ufficialmente otto anni e le cui conseguenze restano ancora oggi evidenti, soprattutto nel martoriato scenario iracheno. La guerra in Iraq è considerata da gran parte della comunità internazionale e da un vasto fronte di analisti uno dei peggiori fallimenti della politica estera americana del XXI secolo. L’operazione militare, promossa dall’amministrazione del presidente George W. Bush, venne giustificata con l’accusa al regime di Saddam Hussein di possedere un arsenale di armi di distruzione di massa, ovvero armi chimiche, biologiche e potenzialmente nucleari, che si temeva potessero essere usate anche con l’aiuto di organizzazioni terroristiche come al Qaida. Una minaccia che venne presentata come imminente e in grado di mettere a rischio la sicurezza internazionale. Tuttavia, tali armi non furono mai trovate. Col tempo, emerse chiaramente che le basi su cui si fondava l’intervento erano deliberatamente manipolate.
Il 15 febbraio 2003 in tutto il mondo le piazze si riempiono chiedendo la pace. Il movimento pacifista, “la seconda potenza mondiale” come la definirà il New York Times, si dipana nelle più grandi città del mondo con oltre 110 milioni di persone in piazza per impedire l’invasione dell’Iraq. Un movimento che avrà degli effetti: alcuni governi, a partire da Francia e Germania, rifiutano di entrare a far parte della cosiddetta “coalizione dei volenterosi” voluta da George W. Bush. La coalizione che nascerà – 48 paesi, tra cui Regno unito, Italia, Spagna, Turchia, Australia. Corea del Sud, Giappone, Portogallo, Ucraina, ma composta per lo più di piccoli paesi che non invieranno nessuna truppa, dalle Isole Marshall alle Salomone, da Palau al Ruanda – sarà monopolizzata dalle forze statunitensi, l’87% del contingente che invaderà e occuperà l’Iraq. Il 20 marzo parte l’operazione Iraqi Freedom. In un solo mese le forze statunitensi e britanniche occupano l’intero paese e provocano la morte di 100mila iracheni. Se ne conteranno un milione alla fine del decennio, per bombardamenti e cause indirette.
Un anno dopo l’inizio del conflitto, Fabrizio Quattrocchi, cittadino italiano, guardia di sicurezza privata, venne rapito e ucciso a Baghdad da miliziani delle autoproclamate Falangi Verdi di Maometto, mai identificati . Lavorava per una società privata di sicurezza insieme ad altri tre italiani (Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio) quando, il 12 aprile 2004, furono sequestrati da un gruppo armato iracheno. Quattrocchi venne assassinato il 14 aprile 2004 dai suoi rapitori, che diffusero un video dell’esecuzione.
Nel 2004 ci furono sia movimenti pacifisti molto attivi sia numerose interrogazioni parlamentari riguardo alla partecipazione dell’Italia alla Seconda Guerra del Golfo. I movimenti pacifisti italiani, già mobilitati dal 2003 contro l’intervento in Iraq, continuarono a organizzare manifestazioni, sit-in e proteste pubbliche per chiedere il ritiro del contingente militare italiano dalla missione “Antica Babilonia”. Tra le organizzazioni più attive vi erano la Rete Disarmo, Emergency, ARCI e diversi sindacati e movimenti studenteschi, con una partecipazione trasversale di cittadini e forze politiche, soprattutto della sinistra. Sul piano istituzionale, nel Parlamento italiano vennero presentate numerose interrogazioni e mozioni, in particolare da partiti come i Verdi, Rifondazione Comunista, Democratici di Sinistra e Margherita, che chiedevano chiarimenti al governo Berlusconi sulla legalità dell’intervento, sul rispetto del mandato ONU e sulla sicurezza dei militari italiani. L’uccisione di Fabrizio Quattrocchi e gli attacchi a Nassiriya intensificarono il dibattito politico e spinsero alcune forze a sollecitare un ritiro progressivo delle truppe.
Poteva lo Stato italiano abbandonare la Missione “Antica Babilonia” a fronte dell’uccisione di un suo cittadino? Ecco il proseguo della vicenda.
Il giorno dopo la morte di Quatrocchi, mercoledì 14 aprile 2004, si riunisce il Consiglio Supremo di Difesa, presieduto dal Capo di Stato Carlo Azeglio Ciampi, presenti: Silvio Berlusconi presidente del Consiglio dei Ministri; Franco Frattini ministro degli Affari Esteri; Giuseppe Pisanu ministro dell’Interno; Giulio Tremonti ministro dell’Economia e delle Finanze; Antonio Martino ministro della Difesa; Gianni Letta sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri; l’ammiraglio Gianpaolo Di Paola Capo di Stato Maggiore della Difesa; l’ammiraglio Angelo Mariani segretario del Consiglio Supremo di Difesa e il consigliere Gaetano Gifuni segretario generale della Presidenza della Repubblica.
Il Consiglio ribadisce la linea di continuità dell’impegno italiano nella missione in Iraq, pur riconoscendo la complessità crescente della situazione sul campo. In particolare, il Consiglio conferma la volontà dell’Italia di proseguire la sua partecipazione alla missione “Antica Babilonia”, che si svolgeva sotto mandato ONU, sottolineando però l’importanza di un rafforzamento del ruolo dell’ONU nella gestione del processo di transizione e ricostruzione del paese. Viene inoltre evidenziata la necessità di garantire la sicurezza del contingente italiano, vista l’intensificazione degli scontri e delle minacce in quel periodo, specie dopo l’uccisione di civili italiani a Nassiriya. Il Consiglio espresse anche l’impegno a mantenere alta l’attenzione sull’evoluzione della situazione e a valutare costantemente la posizione italiana in base allo sviluppo degli eventi.
Il caso Regeni
E come dimenticare l’orribile morte di Regeni, anche lui vittima incolpevole di strategie sovranazionali. Giulio Regeni, era un giovane ricercatore italiano rapito, torturato e ucciso in Egitto nel 2016. L’episodio ha avuto un forte impatto politico e mediatico, sollevando gravi interrogativi sui diritti umani in quel Paese. Al momento della sua scomparsa e successiva morte, erano in corso colloqui e interessi strategici tra Italia ed Egitto nel settore energetico, in particolare riguardo allo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale scoperti da ENI, come quello di Zohr nel Mediterraneo.
Insomma, l’interesse nazionale è sempre fortemente insidiato da sanguinose turbative esterne.



