
Chi ha letto Centomila gavette di ghiaccio, il toccante romanzo autobiografico di Giulio Bedeschi scritto tra il 1945 e il 1946, conosce bene la drammatica epopea degli alpini durante la Campagna di Russia. Un’opera che, dopo ben sedici rifiuti editoriali, vide finalmente la luce grazie alla casa editrice Mursia nel 1963, conquistando il cuore di milioni di italiani e superando i 4 milioni e mezzo di copie vendute. Per rispettare la sensibilità dei protagonisti e le pressioni ricevute, Bedeschi fu costretto a cambiare i nomi reali dei personaggi, salvo mantenere quello del suo attendente.
Tra gli episodi più emblematici raccontati nel libro, spicca quello della lettera di protesta inviata dal colonnello “Garri” — nella realtà Pietro Gay, comandante del Terzo Reggimento Artiglieria da Montagna — ai vertici del regime fascista. Una denuncia accorata e preveggente, indirizzata al presidente del Senato Giacomo Suardo e al sottosegretario alle Corporazioni Tullio Cianetti, contro la decisione sciagurata di impiegare i reparti alpini, addestrati per la montagna, nelle sterminate pianure del Don.
Scriveva il colonnello:
«La Julia è stata tolta dalla zona di operazioni greca nel preciso intento d’essere impiegata sulle montagne del Caucaso (…). L’impiego in pianura di queste truppe le espone a catastrofiche conseguenze (…). Parlo con il cuore di vecchio alpino e per l’amore che porto ai miei soldati (…). Denuncio che si sta addivenendo a una determinazione d’impiego delle truppe alpine che non esito a definire bestiale e delittuosa».
Le sue parole non furono ascoltate. Mussolini, infastidito dalla presa di posizione, ne ordinò la rimozione dall’incarico nel dicembre 1942, sostituendolo con il colonnello Federico Moro. Ma il tempo diede ragione a Pietro Gay: pochi giorni dopo, il fronte orientale italiano crollò sotto l’offensiva sovietica.
Il 19 dicembre 1942 venne impartito l’ordine di ritirata per l’Armir, l’Ottava Armata del Regio Esercito, composta da 229.000 uomini male equipaggiati, sotto il comando del generale Italo Gariboldi. La tragica marcia attraverso le distese innevate si concluse nella battaglia di Nikolajewka il 26 gennaio 1943, quando le Divisioni Tridentina, Julia e Cuneense riuscirono ad aprirsi un varco a prezzo di tremende perdite: tra i quattro e i seimila caduti solo in quello scontro.
Il bilancio finale fu spaventoso. Secondo i dati ufficiali dell’Albo d’Oro del Ministero della Difesa, circa 100.000 italiani non fecero mai ritorno: 5.000 morti prima della ritirata, 25.000 caduti durante la fuga e 70.000 presi prigionieri. Di questi, 20.000 morirono entro il primo semestre del 1943, consumati dalle marce forzate e dalle inumane condizioni dei campi sovietici. Soltanto 10.000 sopravvissuti riuscirono a rientrare in patria tra il 1945 e il 1946; gli ultimi furono liberati solo nel 1954.
Una tragedia epocale che Giovanni Guareschi sintetizzò amaramente nel suo romanzo Il compagno Don Camillo:
“Chi ha avuto venti milioni di caduti in guerra non può preoccuparsi dei cinquanta o centomila morti che il nemico gli ha lasciato in casa”.
Eppure Mussolini era a conoscenza della situazione. Alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, le valutazioni interne sulla reale capacità bellica del Paese erano tutt’altro che ottimistiche. A testimoniarlo sono i rapporti riservati di alcune delle figure più influenti del tempo, come il maresciallo Pietro Badoglio e il generale Carlo Favagrossa, responsabile della produzione nazionale di materiale bellico. In un documento riservato, Badoglio, facendo riferimento a un altro rapporto ancora “più realista” redatto dal generale Cavallero, non lasciava spazio a illusioni: “La nostra efficienza operativa è del quaranta per cento”. Una dichiarazione che, già da sola, dipingeva un quadro di drammatica inadeguatezza rispetto alle esigenze di un conflitto moderno e su larga scala. Ancora più netto e sconfortante era stato Favagrossa, l’uomo che più di ogni altro conosceva nel dettaglio la situazione della produzione industriale e la disponibilità effettiva di materiali nei magazzini. Secondo lui, anche nell’ipotesi più ottimistica, cioè con l’arrivo immediato di “immense forniture di materie prime e carbone”, il Paese non sarebbe stato pronto per un conflitto prima di ottobre 1942.
Nonostante questi allarmi, Benito Mussolini decise di forzare i tempi, accecato dall’efficienza e dalle conquiste della Wehrmacht di Hitler. Così nel giugno 1940, dal balcone di Palazzo Venezia dichiara guerra alla Francia e alla Gran Bretagna trascinando l’Italia in un conflitto per il quale non era minimamente attrezzata né militarmente né industrialmente. Le drammatiche conseguenze di questa decisione, dagli insuccessi iniziali fino al tracollo finale del regime fascista, affondano dunque le radici anche nell’ostinato rifiuto di ascoltare chi aveva il coraggio di raccontare la verità.
Roberto De Nart
