Feltre – Una strategia che si ripete, sempre più evidente e sempre meno sostenibile: impoverire, costringere le persone a rinunciare, a non chiedere più, ad andarsene. È questa la denuncia che arriva dal Comitato feltrino per il diritto alla salute – Giù le mani dalla sanità bellunese, che osserva con crescente preoccupazione lo stato della sanità pubblica in montagna, soprattutto nel territorio dell’ULSS 1 Dolomiti.
A fronte dei continui annunci e delle promesse di potenziamento della sanità territoriale, con l’apertura di nuove Case di Comunità e una rinnovata attenzione alla cura della persona, la realtà racconta un’altra storia: reparti che chiudono, servizi sospesi, carenza cronica di personale, e una lenta ma inesorabile privatizzazione delle cure.
L’ultimo segnale d’allarme riguarda le dimissioni volontarie di otto operatori sanitari – tra cui tre infermieri, due OSS, una fisioterapista e un’ostetrica – la maggior parte dei quali a tempo indeterminato. Non è un caso isolato, ma l’ennesimo episodio che va ad aggiungersi a una lunga lista.
All’interno delle strutture pubbliche manca personale. Le segnalazioni non arrivano solo dai comitati, ma anche dalle stesse categorie professionali che da tempo chiedono misure urgenti per garantire sicurezza e qualità dei servizi. La sproporzione tra il personale necessario e quello realmente in servizio non è un problema solo numerico, ma incide direttamente sulla qualità dell’assistenza, sul benessere degli operatori e sui disagi subiti dagli utenti.
Ci si chiede cosa stia facendo concretamente l’attuale Direzione Sanitaria e i Dirigenti dell’ULSS 1 Dolomiti per evitare che anche gli ultimi professionisti decidano di andarsene. Basti pensare al presidio organizzato solo pochi mesi fa davanti all’Ospedale di Feltre per tentare – troppo tardi – di trattenere una psichiatra in procinto di dimettersi.
Il comitato chiede con forza chiarezza e trasparenza: su quale indirizzo politico si basano le scelte che stanno portando alla progressiva dismissione dei servizi? È legittimo che i cittadini si aspettino risposte concrete, non solo rassicurazioni durante convegni in cui si dichiara che “tutto va bene” e che “siamo sopra la media regionale o nazionale”.
Il disagio non è solo degli utenti, ma anche degli operatori sanitari che ogni giorno lavorano in condizioni sempre più difficili. E quando la frustrazione dei cittadini si traduce in episodi di violenza – sempre e comunque da condannare – la politica non può continuare a meravigliarsi. Serve un cambio di passo: risorse adeguate, personale formato e motivato, valorizzazione professionale e condizioni di lavoro dignitose.
Queste scelte avrebbero una ricaduta diretta anche sulla qualità delle cure.
Alla luce delle nuove dimissioni annunciate per maggio, il Comitato chiede pubblicamente alla Dirigenza Sanitaria dell’ULSS 1 Dolomiti: cosa siete davvero disposti a fare per salvare la sanità pubblica in montagna?


