Sabato 5 aprile il centro di Venezia si è trasformato in un’onda di voci, colori e protesta: il Comitato feltrino per il Diritto alla Salute – Giù le mani dalla sanità bellunese – è tornato in piazza, affiancato da centinaia di cittadini bellunesi e da migliaia di persone provenienti da ogni angolo del Veneto, per la Manifestazione Regionale in difesa della Sanità Pubblica. Al centro dell’edizione di quest’anno, il diritto alla Salute Mentale: un tema spesso confinato a giornate simboliche, ma che per chi soffre rappresenta la quotidianità, fatta di esclusione, solitudine, ostacoli burocratici e mancanza di tutele.
“Non possiamo più accettare che le istituzioni voltino lo sguardo altrove – denunciano i manifestanti –. La salute mentale non può essere invisibile”. La piazza ha gridato la propria stanchezza: famiglie lasciate sole, sanità pubblica in sofferenza, servizi ridotti all’osso e un’emergenza che sembra diventata la normalità. Le delegazioni partite da tutte le province venete sono arrivate con treni carichi di delusione, rabbia e rivendicazioni rimaste troppo a lungo inascoltate.
Il Comitato denuncia un progressivo depotenziamento dei servizi, sia sul piano delle risorse economiche sia su quello del personale. “Il disagio cresce, ma lo Stato arretra. Le famiglie non possono più tappare le falle del sistema: è tempo di assumersi le responsabilità”.
Tamburi, campanacci e fischietti hanno scandito slogan che hanno fatto eco fin dentro ai palazzi della Regione. “Basta con la scusa della carenza di personale! La salute mentale deve tornare al centro delle scelte politiche e sociali!”, si leggeva su uno dei tanti cartelli sventolati con determinazione.
Fra gli striscioni del Comitato bellunese, uno in particolare ha sintetizzato il senso profondo della protesta: “In Europa tira aria di guerra, in Italia di soppressione dei diritti. Quando un Governo si prepara alla guerra, smantella tutte le protezioni sociali”. Un messaggio forte, che accusa lo Stato di privilegiare ordine e repressione anziché affrontare le vere emergenze sociali: tagli ai consultori e ai centri antiviolenza, privatizzazione dei beni comuni, crescita della povertà e un sistema sanitario sempre più inaccessibile.
“Vogliamo la pace, il pane e le rose – hanno urlato i 3000 manifestanti sotto il Palazzo della Regione –. Vogliamo che le nostre tasse siano investite in scuola e sanità, non in droni e cacciabombardieri. Vogliamo cure anche per la salute mentale: se non ci sono, abbiamo il diritto di protestare”.
Il messaggio è chiaro: il tempo della pazienza è finito. Ora è il momento di ascoltare.



