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Un posto in prima fila: la Resistenza tra storia e memoria nel romanzo storico di Domenico Del Monaco

Nel panorama della narrativa storica italiana, “Un posto in prima fila” di Domenico Del Monaco si impone come un’opera che sfida le convenzioni del racconto sulla Resistenza. Edito da Cantagalli (451 pagine, 27 euro), il romanzo, con prefazione del professor Antonio Serena, si snoda in tre parti e 29 capitoli, intrecciando vicende personali e collettive in un’indagine sul passato che si trasforma in resa dei conti con la verità.

Delitti e misteri irrisolti
Il romanzo si apre con un evento tragico: il 13 agosto 1960, il piccolo Rudi, di appena sette anni, scopre che il padre Toni è stato assassinato. L’unico testimone presente è lo zio Gabriele, fratello della vittima, che tuttavia non ha visto l’omicida. La loro storia personale si intreccia con quella più ampia della guerra civile italiana del biennio 1944-45, in un’Italia divisa tra fedeltà ideologiche e tradimenti.

Toni e Gabriele erano stati entrambi partigiani, ma su fronti diversi: il primo militava nelle brigate cattoliche, mentre il secondo nella Brigata Garibaldi, formazione di ispirazione comunista che operava nella zona del Cansiglio. Una frattura non solo politica, ma anche familiare, che si riflette nell’intero racconto della Resistenza.

La Resistenza oltre la retorica
Del Monaco sfida la narrazione ufficiale della Resistenza, rifiutando la definizione di “guerra di popolo” per ridimensionarla in termini numerici. Lo storico socialista Gaetano Salvemini stimava i partigiani in 120mila unità, mentre il generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo Volontari della Libertà, riportava la cifra di 90mila combattenti nel 1944. Dati che, se confrontati con la popolazione italiana dell’epoca, riducono il fenomeno al 3% della popolazione, smontando l’idea di un coinvolgimento di massa.

L’autore, attraverso fonti storiche note ma spesso dimenticate, costruisce una narrazione che alterna momenti di tensione e colpi di scena, guidando il lettore in un’indagine che non si limita ai fatti storici, ma ne esplora le conseguenze sulla memoria collettiva e individuale.

Un ritorno al passato
Decenni dopo il delitto del padre, Rudi, ormai adulto e informatore farmaceutico a Padova, ha rinunciato a cercare la verità. Ma il passato bussa di nuovo alla sua porta sotto forma di un telegramma: uno studio notarile di Belluno lo invita a vendere la sua quota di eredità di un vecchio casale a Vallorch, in Alpago. L’acquirente? Proprio lo zio Gabriele, ormai ultraottantenne.

È in quel casale che riaffiorano le verità nascoste. Nuove testimonianze e rivelazioni inattese riscrivono la storia, portando il lettore a un finale inaspettato, che ribalta le certezze accumulate nel corso della narrazione.

Una chiusura amara
Il romanzo si conclude con una frase di Václav Havel, simbolo della resistenza al regime comunista cecoslovacco: “Non possiamo raccogliere fiori che non abbiamo mai piantato.” Un monito che racchiude il senso dell’intera vicenda: la memoria non può essere selettiva e il passato, per quanto scomodo, non può essere sepolto.

L’autore
Domenico Del Monaco, nato a Campobasso nel 1947, è medico specializzato in anestesia e rianimazione e in stomatologia. Vive a Rimini e ha studiato a Padova. Ha esordito nella narrativa nel 2015 con “Sotto il sole di gennaio”, cui sono seguiti i romanzi storici “Farfalle di Zara” (2016) e “Italy, my love” (2019).

Con “Un posto in prima fila”, Del Monaco firma un’opera che rilegge la storia d’Italia con sguardo lucido e senza concessioni alla retorica, offrendo un racconto avvincente e documentato, dove la ricerca della verità diventa un’esigenza morale prima ancora che narrativa.

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