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Duecento anni di storia del cambiamento climatico

Ghiacciaio Marmolada (Legambiente)

Da Joseph Fourier all’Orologio delle Hawaii

Sul versante nord del ghiacciaio della Marmolada io ed alcuni altri rubizzi ottantenni abbiamo esercitato muscoli e cuore con le attrezzature sciistiche di 60 anni fa su piste che non avevano niente a che vedere con le autostrade sciistiche dei tempi moderni. E ricordiamo bene il livello del ghiacciaio in riferimento al rifugio più antico delle Dolomiti scavato nel 1875 sulla parete della Marmolada prospicente il ghiacciaio In questi 150 anni (che corrispondono allo sviluppo del periodo industriale) il livello del ghiacciaio è sceso di 80 metri Per noi bellunesi è la dimostrazione di ciò che rappresenta il cambiamento climatico e abbiamo difficoltà a capire come si possa ignorare sistematicamente il problema e come si possa stravolgerlo. Se i giornali ne parlano lo fanno per riportare prevalentemente il pensiero e la volontà del Grande Capitale che non vuole in alcun modo cambiare l’economia del mondo, costruita ad hoc per rispettare inalienabili interessi e per imporli, anche con la forza delle armi, alla prima occasione possibile.

Ci chiediamo di quale tempra siano giornali e giornalisti se riescono a non parlare affatto di un problema che investe globalmente la sopravvivenza della vita su questo pianeta. È come se un medico decidesse di ignorare le patologie gravi dei propri Pazienti o se un geologo volesse negare la deriva dei continenti.

Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica nel 1984 in un intervento al Senato nel 2014 ha dovuto chiarire che egli concorda col 99% della comunità scientifica sull’ antropogenesi del riscaldamento globale. e che la CO2 presenta un aumento esponenziale nell’atmosfera senza alcuna tendenza a ridursi. Il suo intervento è stato necessario per correggere le bufale riportate da Giuseppe Merlino sul suo blog, dopo una intervista col senatore a vita.

Limes, prestigiosa rivista italiana di geopolitica, nel novembre 2024, titolata “A qualcuno piace caldo. La battaglia contro la CO2 è perduta. Come adattarci al cambiamento climatico” riporta l’argomento. Nell’editoriale del direttore Caracciolo, le argomentazioni sono contradditorie e sfidano la logica ad ogni riga sulla base di una dialettica sofisticata e di una terminologia ricercata, il cui senso non sembra avere rapporti col titolo. “Climi e tribù” È difficile commentare la sensazione di vuoto o di “nonsense” leggendo le 25 pagine dell’editoriale che iniziano con la critica pungente e ingiustificata alla Scienza, ai Climatologi e a Greta Thunberg e finisce con la elegia di Robert Musil e il disprezzo per Elon Musk. In mezzo c’è di tutto, compresa una bellissima cartografia di 8 pagine (infatti è una rivista patinata) ma del tutto inutili per comprendere e approfondire il tema. Il direttore Caracciolo, nel suo esercizio di equilibrismo, dovrebbe avere l’umiltà di consultare diversi scienziati sull’argomento (ma probabilmente sarebbe meno finanziato) Massimo Nicolazzi, consigliere scientifico di Limes, con una vasta esperienza e cariche importanti in ambito petrolifero, autore del libro “Elogio del petrolio” nello stesso numero di Limes si occupa di Greta. Per annientare il personaggio e il suo significato l’associa a Trump nel concetto della “complessità negata” probabilmente memore di quante acrobazie si devono fare per giustificare anche oggi la persistente volontà di imporre il petrolio contro l’energia solare e quella nucleare.

Ecco qualche riferimento storico per ricordare che la moderna scienza dell’atmosfera in generale, e del cambiamento climatico in particolare, risale a 200 anni fa. Prima del tumultuoso avvio della economia industriale e prima che ci fossero interessi volti ad ignorare totalmente i cambiamenti che la nostra economia di stampo capitalistico ha indotto nell’ambiente. L’esperienza di questi anni insegna che per poter negare l’origine antropica del cambiamento climatico bisogna ignorare totalmente i risultati che ci fornisce l’orologio delle Hawaii.

Nel 1824 J. Fourier per primo ipotizza l’effetto serra dell’atmosfera, calcolando l’energia termica dei raggi solari.

Nel 1896 Svante Arrhenius calcola il riscaldamento dovuto alla CO2 e al vapore acqueo.

Nel 1960 Charles David Keeling con misure accurate rileva l’aumento annuale della CO2 in atmosfera.

Nel 1979 OMS, UNESCO e FAO organizzano la prima conferenza mondiale sul clima.

Nel 1990 IPCC (intergovernment panel on climate change) pubblica il primo rapporto.

A decine nel tempo altri scienziati, studiosi, filosofi giornalisti, scrittori, si sono occupati del problema.

Nel 2024, mese di dicembre, l’osservatorio di Mauna Loa sulle Hawaii registra una concentrazione di CO2 nell’atmosfera di 425 ppm, con un aumento di circa il 50% rispetto al valore registrato all’inizio dell’era industriale di 280 ppm. E sappiamo che tale valore aumenta ogni anno, con velocità crescente, e parallelamente aumenta la temperatura media del pianeta.

Lo possiamo considerare un orologio che scandisce il tempo che ci resta prima della fine dell’equilibrio tra l’ambiente e la vita sul pianeta. Se seguitiamo a non occuparcene.

Filiberto Dal Molin

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