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Crimine, arte e potere nei lavori di Erminio Mazzucco

Erminio Mazzucco, avvocato, critico d’arte, scrittore

Erminio Mazzucco è un avvocato alpagoto (Garna) che alterna le pandette con la critica d’arte e la storia. Con successo in entrambe le discipline perché, oltre a due lauree, è stato anche presidente dell’Ordine provinciale di categoria ed è uno stimato critico d’arte. E proprio in quest’ultimo campo ha prodotto un paio di volumi di notevolissimo interesse.
Da buon conoscitore della legge ha coniugato crimine e arte. Che è anche il titolo di uno dei suoi due libri più rappresentativi editi, entrambi, dalla Tipi (Tipografia Piave). L’autore esamina cinque delitti (calunnia, furto, omicidio, truffa e usura) collegati con altrettanti artisti e le loro opere d’arte che si possono interpretare come “chiavi per aprire una nuova porta sul bello e il diabolico al di là del bene e del male”.

Non sono pochi gli artisti che hanno convissuto con il crimine. E il primo, che è anche una stella di prima grandezza, è Caravaggio. Ma anche Cellini e l’immenso Bernini. Con il furto sono collegati Brügel, Fernando Botero, Modigliani che andava a rubare le pietre per le sue celebri sculture. E poi la calunnia (Mantegna e Botticelli), il Bronzino, il Tiziano. Per arrivare a un pittore di casa nostra, Domenico Capriolo, veneziano trapiantato a Treviso nel primo Cinquecento, protagonista (non lui ma i critici) di una truffa alle spalle nientemeno che di Caterina di Russia. Oggetto del “crimine” un ritratto di cui non si conosceva l’autore. Un esperto, o supposto tale come spesso accade e non solo nell’arte, di qualche tempo dopo aveva attribuito questo dipinto al Giorgione, coevo del Capriolo. Non solo, ma lo aveva giudicato una delle opere migliori del pennello dell’artista di Castelfranco. Così nel 1772 il marchese Crozat vendette come opera giorgionesca e quindi a prezzo conveniente alla zarina il dipinto. In progresso di tempo, però altri critici hanno addossato la paternità al nostro Capriolo. Truffa non voluta, e probabilmente non condannabile dal codice, ma pur sempre comportante una svalutazione di mercato (ma nel frattempo Caterina se ne era andata). Si prosegue con i bari di Caravaggio e il Laocoonte, per arrivare all’immacabile omicidio (Tiziano, Tintoretto, il consueto Caravaggio che ha condiviso arte e crimine fino ad una triste fine).

E ancora non dimentichiamo l’usura. Su questo delitto tanto frequente nei secoli scorsi, e non scomparso oggi, l’autore propone i padovani Scrovegni che, per farsi personare da Domineddio il loro peccato condannato dalla Chiesa, hanno innalzato una cappella con l’arte del grande Giotto. Mazzucco vuol vedere anche un aspetto positivo nell’usura perché i patrimoni dei banchieri sono all’origine del mecenatismo moderno.
L’autore in questo volume ha condotto abilmente il lettore per mano illustrando arte con le spiegazioni delle peculiarità legali del crimine raffigurato. Lavoro brillante, puntuale, che si legge con interesse perché sa illustrare, oltre al resto, la comunanza tra aspetto artistico e codice penale.
Qualche tempo dopo, sempre con la Tipi, ha visto la luce il più corposo e altrettanto, se non di più, interessente volume “Il volto artistico del potere”, questo con la bella prefazione del filosofo Umberto Curi, mentre il precedente era stato prefato dall’avvocato, e onorevole, Maurizio Paniz.
Quattro capitoli in cui sono esplicati il potere carismatico, del patrimonio, il potere assoluto e quello democratico. Opera, questa, in cui la storia si abbina con l’arte e il diritto. L’autore spazia dall’antichità ai giorni nostri, dalle teorie immortali di Machiavelli, a quelle di Tocqueville, dalla sociologia di Weber a Nietzsche. Il percorso è lungo tanto quanto la storia umana da Clistene che ha teorizzato, e applicato, la prima democrazia (Atene 510 a.C.) passando per Alessandro, Cesare e arrivare alle moderne democrazie dove il potere del denaro, o patrimonio, dirige e condiziona il cammino della massa.

Questo lavoro dell’avvocato bellunese è una autentica summa di conoscenza ed erudizione. Perchè di ogni protagonista, e sono molti, ci informa sulla sua biografia, le peculiarità della sua esistenza, l’influsso che ha avuto sulla storia. Opera di vasta erudizione e precisione storica (quanti saprebbero che Federico il Grande ha applicato tatticamente in battaglia l’ordine obliquo inventato da Epaminonda a Leuttra nel 371 a.C.?), conoscenze anche linguistiche e filosofiche. Sintetizzo sperando di invogliare i nostri lettori a non trascurare queste due opere. Che hanno un fascino non secondario per l’intreccio tra aspetti che sembrerebbero antitetici. Ma che l’autore ha saputo coniugare con abilità e profonda conoscenza storica oltre che artistica. Un elogio doveroso e un invito alla lettura a chi si occupa di arte e non solo. Due volumi che meritano di uscire dai ristretti confini bellunesi e anche veneti. In un panorama bibliografico dove la qualità sta diventando sempre più merce rara.

Sante Rossetto