Nel mondo 104 Paesi su 194 hanno abolito la pena di morte, quindi la maggioranza. L’Italia è un Paese civile dove la pena di morte è stata abolita dalla Costituzione repubblicana.
Però ci vogliamo distinguere e abbiamo adottato una pena di morte sistematica, che non è scritta in nessun documento ufficiale, ma è vera esattamente come le solite terribili condanne capitali eseguite in cento modi diversi, nei diversi Stati, solo che si svolge in genere senza alcun clamore, senza essere riportata dai giornali e dalla TV di Stato, in un silenzio assoluto, a parte rarissimi casi.
Questo silenzio ci tranquillizza; non ha motivo di disturbare la coscienza di noi cittadini laboriosi, che paghiamo le tasse e siamo rispettosi delle leggi e che talvolta, di fronte a delitti gravi, imploriamo la galera e le chiavi buttate nel fiume.
Se escludiamo in questo contesto di analizzare la filosofia della colpa che imporrebbe onestà intellettuale per mettersi in ogni caso nei panni del trasgressore e quindi di valutarne origini, condizione sociale, condizionamenti ambientali, semplifichiamo il problema facendo una prima distinzione necessaria, per tutti i tipi di condanna, di qualunque durata, fino all’ergastolo: potremmo dire che ogni pena è giusta, dopo un giusto processo, e che comunque consiste esclusivamente nella perdita della libertà. Questa è la sola e grave pena che dovrebbe rappresentare il carcere.
E il nostro Stato giudiziosamente ha addirittura previsto di recuperare i colpevoli stabilendo la necessità di un percorso di educazione riabilitativa che consenta loro di comprendere la colpa e di acquisire la convinzione a non commettere più lo stesso reato e quindi di tornare ad essere cittadini in regola con le leggi.
Così va bene. Solo che…non succede mai.
Quel che succede di regola è che l’afflizione della perdita della libertà si associa a molte altre pene diversamente combinate dovute a spazi molto ristretti, condivisi con altri; a servizi igienici primitivi, senza doccia, al freddo d’inverno e al caldo d’estate; a mancanza di lavoro, mancanza di spazi per l’attività fisica, mancanza di biblioteche per poter leggere o studiare. L’afflizione più sentita e più grave per l’equilibrio psicofisico, sempre più spesso causa di malattie mentali, è l’impossibilità di comunicare con i propri cari. Quindi una serie di gravi mancanze che possono fare di ogni carcerato un soggetto squilibrato, talora furioso, più spesso incapace di sopravvivere. In questi casi, i più numerosi, potremmo dire che la pena diventa ingiusta.
Quindi il nostro Stato, che ha deciso di ospitare a sue spese i cittadini che non rispettano le leggi e non hanno i mezzi economici per difendersi ed evitare il carcere (con buona pace dei concetti di democrazia e di eguaglianza continuamente sventolati) non rispetta le leggi che si è dato (e che sono applicate in Europa) e non si impegna MAI a rieducare i reclusi, e anzi li affligge con condizioni di vita spesso incivili e disumane.
La situazione è decisamente più ingiusta quando si tratta di cittadini in attesa di giudizio (tecnicamente incolpevoli fino a prova contraria) perché vengono sistematicamente considerati in grado di reiterare la colpa, specie quando sono poveri, disoccupati o senza lavoro fisso, senza certa abitazione: in questi casi i giudici per prevenzione preferiscono tenerli in carcere. E lì sono costretti per tempi indeterminati, data la proverbiale velocità delle nostre procedure giudiziarie.
L’altro caso penoso riguarda i tossicodipendenti che dovrebbero esser soggetti a cure mediche e ad educazione preventiva piuttosto che transitare per le patrie galere. Ma qui entriamo in un altro capitolo che dobbiamo mettere da parte, dove gli interessi dello Stato e delle organizzazioni criminali son strettamente intrecciati.
In tutti questi casi la pena è doppia perché nei primi la colpa non è stata accertata e nei secondi la terapia, per definizione, non è il carcere.
C’è una variante piuttosto rara: quando arriva qualche “colletto bianco” la musica normalmente cambia e, se non vi sono ambienti adeguati ad ospiti “di riguardo”, vengono ospitati in infermeria per poi essere dimessi quando la malattia viene definita invariabilmente troppo grave e l’ospite deve essere curato nel mondo libero.
Queste situazioni le ho accertate personalmente, con i miei tre amici radicali che in nome della Associazione “Nessuno Tocchi Caino” visitano ogni anno tutte le carceri Italiane, in ogni città fanno una relazione aperta al pubblico, redigono relazioni scritte, scrivono su periodici e fanno convegni, di volta in volta descrivendo miglioramenti o peggioramenti delle carceri locali.
Quando poi, come in questi primi giorni dell’anno, dobbiamo contare 15 suicidi di giovanissimi, non possiamo più stupirci, non possiamo più chiederci di chi è la colpa, dobbiamo convincerci che anche in Italia vige la pena di morte, solo che è surrettizia, misconosciuta, ignorata. Basterebbe che i detenuti in attesa di giudizio fossero confinati in casa loro; basterebbe che quelli desiderosi di lavorare, e di cui è accertato l’equilibrio e la buona condotta, fossero destinati a lavori esterni e di pubblica utilità. Tutti controllati col braccialetto naturalmente.
Tutto ciò basterebbe per migliorare le condizioni di vita nelle carceri, riducendo l’affollamento cronico da anni.
Basterebbe…e lo Stato non dovrebbe pagare le multe milionarie ogni anno, per le condizioni degradanti delle nostre carceri, comminate dall’ Europa.
Ma i nostri governanti non ci pensano, forse perché sono convinti che non sia una mossa vantaggiosa ai fini elettorali. In questo caso anche noi cittadini normali abbiamo qualche responsabilità nella condanna capitale extragiudiziale.
Dr. Filiberto Dal Molin
