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lunedì, Aprile 22, 2024
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Perché ricordare Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta?

Siamo alle porte del mese di luglio e con esso comincia a mettersi in moto il “rituale” della retorica che, per certi versi, abbraccia il ricordo del giudice Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta, orribilmente uccisi, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio del 1992.

Sono trascorsi più di trent’anni da quel terribile giorno e la domanda più frequente che molti studenti mi hanno rivolto, nelle classi dell’Istituto Catullo, dove ho avuto il piacere e l’onore di insegnare quest’anno, è perché dovremmo ricordare questo grande uomo ed integerrimo magistrato che ha sacrificato la propria vita per renderci liberi senza quel “puzzo del compromesso” che attanaglia e condiziona le nostre vite quotidiane.

Per rispondere a questo quesito la prima cosa da fare, a mio parere, e tirarsi fuori dalla “retorica” del ricordo che da decenni si sostanzia in passeggiate, fiaccolate, passerelle di ogni genere e natura, fine a sé stesse, e guardare ai dati concreti che oggi abbiamo a disposizione.

La svolta è arrivata lo scorso aprile del 2023 con le motivazioni sulla sentenza del cosiddetto “depistaggio” di via D’Amelio, che hanno definitivamente sancito che nell’eliminazione di Borsellino hanno avuto un ruolo chiave anche altri soggetti, estranei a Cosa Nostra che hanno giocato un ruolo sia nell’ideazione che nella preparazione ed esecuzione della strage di via D’Amelio dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino con i suoi agenti di scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

In altri termini “entità” istituzionali dello Stato hanno partecipato alla preparazione ed esecuzione della strage.

Quindi la strage di via D’Amelio è stata una strage di Stato.

La moglie di Paolo Borsellino, Agnese Piraino Leto, ha più volte affermato che ad uccidere il marito non sarebbe stata la mafia

«Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere».

Su queste affermazioni della moglie di Borsellino penso che oggi, semmai c’è ne fosse stato bisogno, non si possa più affatto dubitare.

Dietro quelle stragi si nascondono ancora, a distanza di trent’anni, “menti raffinatissime” che hanno voluto la morte di Falcone e Borsellino e coperto i veri mandanti che hanno ordinato quelle orribili stragi.

Oggi, a distanza di trent’uno anni dalla morte del giudice non abbiamo più bisogno dell’ennesima “sfilata” o passarella a cui, purtroppo, assistiamo ogni anno.

Personalmente non credo neanche che Paolo Borsellino abbia bisogno di essere “dipinto” in una immaginetta santa, come si è vociferato tra magistrati e chiesa cattolica.

Ricordare oggi Borsellino significa, come ha spiegato la figlia Fiammetta Borsellino, intervistata tempo fa da Fabio Fazio, in una nota trasmissione televisiva andata in onda sulla Rai

“riappropriarsi delle testimonianze di vita di alcuni uomini affinché diventino patrimonio di tutti noi… affinché questi uomini costituiscono un faro per il nostro avvenire… solo così la vita può avere prevalenza sulla morte… ricordare quindi non può essere una mera celebrazione, non può essere una santificazione perenne perché quando accade ciò diventa retorica …”.

In questo senso oggi la memoria, intesa come il ricordo di questi grandi uomini, significa la ricerca della verità su queste terribili vicende.

La strada da fare ancora è lunga perché questo diritto alla verità e alla giustizia è stato totalmente calpestato “attraverso percorsi voluti di allontanamento dalla verità” come dimostrano i depistaggi messi in atto nella strage di via D’Amelio.

La storia di via D’Amelio è la storia di una grande bugia di Stato che va avanti da quella maledetta domenica del 19 luglio 1992 che segnò la lotta contro quel “sistema criminale” di cui la mafia ne è una delle componenti.

È la storia di una strage di Stato che può essere racchiusa nelle parole dell’esperto informatico della polizia, Gioacchino Genchi, che indagò con La Barbera sulla strage di via D’Amelio e che nel 1993 si dissociò dai suoi metodi abbandonando l’inchiesta:

«Quello che è accaduto con la strage in via D’Amelio non sono scelte errate o delle scelte avventate o delle scelte sprovvedute […] Questi signori hanno individuato dei falsi colpevoli e li hanno perseguiti e fatti condannare non allo scopo di fare carriera o chiudere le indagini, ma allo scopo di non individuare i veri colpevoli di quella strage. E i veri responsabili sotto il profilo dei mandanti».

Un’accusa gravissima quella rivolta da Genchi che viene accompagnata da un’inquietante considerazione «Questo è l’aspetto eversivo, diciamo, di quello che è accaduto in Italia»

Questa è una storia dove i buoni si rivelano cattivi e i cattivi non sono solo i mafiosi che uccidono e mettono bombe, ma anche gli investigatori che dovrebbero indagare per scoprire i bombaroli e che, invece, si mettono a fabbricare prove false per arrestare persone sbagliate.

Questa è la tragica storia del depistaggio di via D’Amelio, della fabbricazione del falso pentito Vincenzo Scarantino, artigiano della Guadagna, semianalfabeta, creato ad hoc che trasformarono Scarantino nel “nuovo Buscetta” cucendogli addosso i panni di uno spietato stragista.

A distanza di trentuno anni da quella terribile stagione di sangue e morte la magistratura ancora non ha dato nessuna risposta concreta e definitiva sul perché funzionari e rappresentanti dello Stato misero in atto questa grande bufala: smania di carriera o peggio ancora per coprire indicibili segreti o interessi superiori?

Chi sono i protagonisti di quel nido di vipere sul quale aveva piena consapevolezza lo stesso Borsellino?

Nonostante siano ancora in corso ancora diversi processi aperti sul depistaggio, sia a Caltanissetta, Palermo, Reggio Calabria e Firenze, i dubbi restano ancora tanti da dipanare.

Cosa Nostra agì da sola oppure fu il braccio militare di altre entità?

C’era davvero un progetto politico per il nostro Paese sul quale avrebbero dovuto convergere le mafie, gruppi di estrema destra, associazioni segrete come la P2?

Quale fu il ruolo dei Servizi segreti?

Falcone e Borsellino furono uccisi, come ci vogliono far credere, solo per semplice vendetta mafiosa?

Perché la magistratura ha ignorato importanti spunti investigativi dando credito a personaggi privi di ogni credibilità fondando le proprie inchieste sulla base di falsi pentiti?

Mutuando un’espressione tanto cara a Falcone, la relazione parla di “menti raffinatissime” che si affiancarono a “Cosa Nostra” sia nell’organizzazione della strage, sia contribuendo al successivo depistaggio.

È la storia di veline dei servizi segreti che precedettero alcuni atti investigativi e che nessuno, neppure chi li ha firmati, riesce a dare una spiegazione.

È la storia di uomini in giacca e cravatta che “volteggiano sui corpi dilaniati di via D’Amelio attorno alla Croma blindata a caccia dell’agenda rossa di Borsellino, custode di segreti che minacciavano (e probabilmente minacciano ancora ndr) il cuore dello Stato”.

Questa è la storia di un depistaggio che dopo “Portella della Ginestra, Piazza Fontana, l’uccisione di Aldo Moro, l’omicidio di Piersanti Mattarella, la strage di Brescia, la strage della stazione di Bologna ecc. ecc. conferma per l’ennesima volta la continuità di una interferenza dei servizi segreti, o di una parte di questi, nelle stragi italiane. Un vecchio copione che si ripeterà fin quando i testimoni di “Stato” continueranno a tenere la bocca cucita.

È la storia di chi ancora deve chiedere spiegazioni per alcune nomine politiche di alcuni membri della commissione nazionale antimafia.

Parole che possono racchiudersi nella dichiarazione data alla stampa dal segretario del partito Radicale non violento Maurizio Turco che ha accompagnato, a Piazza San Macuto, una delegazione composta dall’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino, di cui faceva parte anche il generale Mario Mori.

L’incontro oltre a servire per esprime la massima solidarietà contro le polemiche per la nomina a presidente della Commissione antimafia dell’on. Chiara Cosimo è anche servito per mettere in guardia il presidente su alcune nomine fatte che, secondo il segretario del partito radicale Turco, sono in “palese conflitto d’interessi rispetto ai loro compiti precedenti”.

Guglielmo Bongiovanni

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