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martedì, Febbraio 7, 2023
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“Pèdo ‘l tacón de ‘l bus”. In libreria i 1332 proverbi e modi di dire raccolti da Fulcio Bortot

Fulcio Bortot torna in libreria con il suo ultimo lavoro dal titolo “Pèdo ‘l tacón de ‘l bus” (Dario De Bastiani Editore, 15 euro), una raccolta di proverbi, modi di dire e soprannomi raccolti lungo il Piave, come recita il sottotitolo in copertina.
Il libro raccoglie e ordina i ricordi dell’autore della sua prima infanzia, dalle testimonianze dei vecchi del paese, che vanno a formare una sequenza di 1332 proverbi e modi di dire che, senza la paziente ed accurata ricerca di Fulcio, sarebbero andati irrimediabilmente perduti. Perle di saggezza popolare e frasi della lingua parlata nel Bellunese, ritrovate e corredate di una traduzione strettamente letterale e anche emozionale, per coglierne meglio il significato.
Il titolo del libro, ad esempio, “Pèdo ‘l tacón de ‘l bus ” è un’espressione ancora abbastanza diffusa, “peggio la toppa del buco”, ossia quando qualcuno nel tentativo di riparare una gaffe o una qualsiasi azione inopportuna, interviene e peggiora ulteriormente la situazione. “Dalla padella alla brace” potremmo dire oggi. Un’altra espressione contenuta nella raccolta: “Nó sta dàrghe da bere al mus se nó ‘l ha séi”, tradotto letteralmente “non dar da bere all’asino se non ha sete”, che fuor di metafora indica quanto sia inutile affannarsi con chi non ha voglia di ascoltare.
Il libro contiene anche una sezione dedicata ai soprannomi, che un tempo erano diffusissimi. Al punto che le persone erano conosciute di più per il loro soprannome piuttosto che con il loro vero nome di battesimo. Nelle zone del Comelico e Cadore, anche per distinguere i diversi rami delle famiglie, tali soprannomi sono diventati in anagrafe parte integrante del cognome, come sottolinea Dina Vignaga nella prefazione al testo. “I 200 soprannomi proposti dall’autore – scrive Vignaga – identificavano singole persone sulla base di caratteristiche fisiche o comportamentali. Nei racconti della loro origine l’ironia appare spesso pungente, ma non irriverente”.
Il libro di Bortot, come una fotografia grandangolare, riporta un mondo delle periferie, delle frazioni e delle località del Bellunese, con quel linguaggio dialettale sopravvissuto a due Guerre mondiali, ma che è crollato sotto la formidabile capacità di penetrazione della televisione a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso.
Un volume, dunque, che non può mancare nella libreria degli appassionati di storia locale e di chi vuole semplicemente saperne di più di quel mondo dialettale, oggi scomparso.
(rdn)

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