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Fondi di confine. Trabucco: “Solo una toppa per non concedere una vera autonomia”

Daniele Trabucco, costituzionalista

Leggere le dichiarazioni di queste ore sui cosiddetti fondi di confine, al di là delle ovvietà proferite, è un ottimo esercizio per comprendere meglio il cuore del problema. L’istituto in questione, è inutile negarlo, pur avendo prodotto importanti risultati, è stato pensato per frenare le istanze di variazione territoriale dei Comuni che, legittimamente, hanno avviato l’iter dell’art. 132, comma 2, della Costituzione vigente per il passaggio alla Regione ad ordinamento differenziato Trentino Alto Adige/Südtirol (non dimentichiamo che il Veneto del leghista Zaia, nel 2017, ha perduto Sappada oggi in Friuli-Venezia Giulia).

È indubbio che dei contributi a carico del bilancio delle due Province autonome di Trento e Bolzano/Bozen beneficiano non tutti i Comuni della realtà provinciale bellunese, ma solo alcuni. I fondi, in una logica di politica unitaria per la montagna che a questo territorio manca, avrebbero dovuto rappresentare uno strumento transitorio in vista del riconoscimento di una autentica autonomia provinciale della quale si parla senza risultati concreti da tempo (pure il richiamo alla “specificità” nello Statuto regionale è un contentino che, al momento, non ha dato quel quid pluris al territorio dolomitico). È inutile attendersi la “salvezza messianica” dalla Regione del Veneto qualora venga concluso l’iter per il regionalismo differenziato di cui all’art. 116, comma 3, del Testo costituzionale. Infatti, non solo non arriveranno ventitrè materie sulle quali, in ragione della pluralità e complessità degli interessi che ne fanno parte, pendono i criteri di prevalenza, chiamata in sussidiarietà, uniformità elaborati dalla Corte costituzionale dopo la riforma del Titolo V nel 2001, bensì frammenti di competenze, ma si sta perdendo tempo prezioso per vitalizzare il concetto di autonomia quale “cultura dell’autogoverno responsabile” e non come qualcosa di “ottriato”, di concesso.

Sarebbe utile focalizzare l’attenzione non sulle materie da conferire, etichette e scatole vuote così definite fin dall’avvio del regionalismo ordinario negli anni ’70 del secolo scorso, ma su precise politiche pubbliche, ossia su una visione dinamica e non più statica dell’autonomia. Una politica pubblica impone di utilizzare tutti gli strumenti utili alla soluzione del problema indipendentemente dalle materie in cui questo è collocato: ad esempio, se si intende rilanciare un settore produttivo tipicamente montano (il legno), si dovrà agire sui costi del lavoro, la riqualificazione professionale, sul regime fiscale dell’impresa, sulle agevolazioni fiscali per certi prodotti etc. Ci vuole, pertanto, una nuova classe dirigente formata in grado di cogliere potenzialità e sviluppi di una nuova prospettiva.

Daniele Trabucco

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