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Confagricoltura Veneto. Blocco export soia Argentina, un’altra mazzata sugli allevamenti

Vicepresidente Ferrarese: “Dovremo cercare altri mercati e i costi saliranno. Produrre ora
un litro di latte costa 54-55 centesimi e ne guadagniamo 41. Non so quanto resisteremo”

Paolo Ferrarese, vicepresidente Confagricoltura Veneto

Venezia, 15 marzo 2022 – Il blocco delle esportazioni di farina e olio di soia deciso dall’Argentina assesta un’altra mazzata agli allevatori. Dopo la sospensione di forniture di cereali dall’Ucraina, dall’Ungheria e dalla Bulgaria, molte aziende agricole avevano cominciato infatti ad acquistare il fabbisogno per i mangimi in Sudamerica, dove Argentina e Brasile sono tra i maggiori produttori mondiali di soia. Ora che anche quei rubinetti si chiudono, le conseguenze sull’industria mangimistica italiana saranno pesanti, con la conseguenza di nuove tensioni sui prezzi.

“Stiamo vivendo una situazione drammatica – sottolinea Paolo Ferrarese, vicepresidente di Confagricoltura Veneto e allevatore di vacche da latte in provincia di Verona -. Già acquistare mais, girasole e soia in Argentina comportava costi più alti rispetto all’Ucraina, considerata anche l’incidenza dei trasporti e dei container. Ora dovremo cercare altri mercati, ma è chiaro che i prezzi saliranno ulteriormente e non so quanto a lungo riusciremo a tenere duro. Il latte viene pagato 41 centesimi al litro, ma i costi di produzione sono lievitati a 54-55 centesimi al litro tra mangimi, gasolio ed energia elettrica. Io quest’anno prevedo di chiudere con un bilancio in perdita di 150.000 euro, che riuscirò a recuperare solo parzialmente con gli introiti di altre colture. Quante stalle riusciranno a resistere? Anche gli allevamenti che producono seminativi non sono autosufficienti e devono comprare buona parte dei mangimi. Bisogna trovare soluzioni rapide per garantire gli approvvigionamenti e i cicli di produzione, contenendo i costi dei mangimi che risulta insostenibile”.

Raggiungere l’autosufficienza nella produzione dei cereali sarà difficile per il Veneto, regione che vanta già un grande sviluppo agricolo. “Potremmo aumentare la percentuale di soia – ragiona Filippo Sussi, presidente dei risicoltori di Confagricoltura Veneto e produttore di seminativi -, ad esempio nei secondi raccolti, ma con i prezzi energetici attuali bisognerà vedere se ci sarà convenienza a farlo. In ogni caso i margini di crescita non sono molti. Se venisse tolto il greening, cioè la percentuale del 5 per cento destinata a pratiche ecologiche, potremmo forse aumentare la produzione del 3-4 per cento, ma non basterebbe comunque per garantire il nostro fabbisogno”.

Il Veneto è il maggiore produttore italiano di soia. La superficie coltivata nel 2021, secondo i dati provvisori della Regione Veneto e Istat, viene stimata in aumento a circa 141.000 ettari (+3,3%). Venezia si conferma la prima provincia per investimenti (34.700 ettari, invariati), seguita da Padova (32.700 ettari, +4,1%) e Rovigo (31.500 ettari, +2,8%) e, più distanziate, le altre province, in particolare Verona (15.200 ettari), che fa segnare la crescita maggiore (+15,8%), Treviso (14.800 ettari, +4,3%) e Vicenza (11.600 ettari, +14,2%).

 

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