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La prassi del mandato unico. La lezione di Ciampi * di Daniele Trabucco

La Costituzione repubblicana vigente del 1948, all’art. 85, comma 1, fissa in sette anni la durata del mandato del Presidente della Repubblica (il cosiddetto settennato) che decorre dalla data del giuramento davanti al Parlamento in seduta comune. Ora, come è stato autorevolmente osservato dalla dottrina (cfr. De Vergottini, Martines), il lungo mandato assicura la continuità complessiva dell’ordinamento giuridico, tenendo conto che le legislature durano non più di cinque anni, fatta salva l’ipotesi bellica per cui, con legge, è prorogata la durata delle due Camere (art. 60, comma 2, Cost.). Se, dunque, da un lato, non esiste nel Testo fondamentale un divieto di rieleggibilità, dall’altro la prassi del mandato unico dal 1948 all’aprile 2013, quando si è verificata la rielezione di Giorgio Napolitano, puó far pensare che si tratti di una consuetudine difficilmente superabile, dal momento che porterebbe il titolare dell’organo a ricoprire l’incarico per ben 14 anni.

Nel mese di maggio dell’anno solare 2006, l’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi (1920-2016), accanto all’età anagrafica che gli impediva di continuare a ricoprire il prestigioso incarico, aggiungeva anche una opportuna considerazione di natura oggettiva, rilevando come nessuno dei precedenti nove Presidenti della Repubblica era stato rieletto. Ciampi, continuava nella sua dichiarazione del 03 maggio 2006, riteneva che la non rieleggibilità fosse divenuta “una consuetudine significativa” e che era “bene non infrangerla”, dal momento che il rinnovo di un mandato lungo mal si confaceva alle caratteristiche proprie della forma repubblicana dell’ordinamento.

Al di là del giudizio sull’operato del successore di Oscar Luigi Scalfaro, non si puó non rilevare come ci sia chi, da una parte, ha mantenuto la parola data e chi, dall’altra, sia pure su richiesta informale del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore (gesto assolutamente inopportuno) coperta dal “teatrino” della salita al Colle dei capigruppo parlamentari, ha preferito cambiare idea. Alla vuota e mielosa retorica del “grazie Presidente” (bisognerebbe studiare bene anche la sua produzione scientifica e analizzare accuratamente il settennato prima di pronunciare le solite frasi fatte), oppongo la necessità di ripensare il ruolo del Capo dello Stato e dell’intera forma di Governo parlamentare che ha evidenziato, soprattutto dopo il 1993, la assoluta mediocrità della classe politica italiana. Forse, prima di revisioni costituzionali demagogiche (legge costituzionale n. 1/2020 sulla riduzione del numero di deputati e senatori), intervenire ad abrogare il cosiddetto semestre bianco e introdurre espressamente il divieto di rieleggibilità sarebbe stata cosa buona e giusta e questo ben prima dei progetti di legge di iniziativa parlamentare presentati da alcuni esponenti del Partito Democratico nel dicembre scorso.

Daniele Trabucco*

* Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/Centro Studi Superiore INDEF. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico

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