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lunedì, Settembre 26, 2022
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Carenza di medici nella nostra Provincia * di Gianniantonio Cassisi

Gianniantonio Cassisi,
Federazione Specialisti Ambulatoriali
Azienda ULSS 1 Belluno

Non è dato capire quale sia l’impegno concreto, attuale ma soprattutto futuro, per scongiurare la perdita o la chiusura di servizi indispensabili e preziosi per il nostro territorio, a fronte di concorsi deserti.
Si vorrebbe sorvolare, ma non è possibile, sulle politiche miserande che hanno portato a questa situazione grave. Vi sono servizi, spesso mantenuti in piedi solo grazie ad acrobazie amministrative o, peggio, allo sfruttamento del personale medico, oltre i doveri contrattuali e spesso senza gratificazioni: plus-orari quasi mai pagati, rinvio ferie, sovraccarico di pazienti per il medico di famiglia (ben oltre i 1500 assistiti previsti), accorpamenti delle sedi di guardia medica, utilizzo della specialistica ambulatoriale per coprire carenze
ospedaliere. Politiche che, sempre nell’ottica del risparmio per Regioni e Università, nelle prime due decadi del XXI secolo hanno portato a ridurre gli accessi ai corsi di laurea in medicina, ai corsi abilitanti per la medicina del territorio e per le discipline specialistiche, contraendo nel contempo, nell’ottica del risparmio, il personale del territorio e degli ospedali, senza una programmazione lungimirante.

Ed ora eccoci qua! Paghiamo il conto, noi bellunesi più degli altri: la nostra provincia non è appetibile per giovani medici alla ricerca del primo impiego.

Esistono carenze, altrettanto serie, in sedi lavorative più comode (pianura e città) o, magari, più prestigiose (università e ospedali di primo livello). A poco varrà il recente aumento del numero di accessi ai corsi di medicina e alle specialità, passo positivo, ma insufficiente.
La provincia di Belluno è gravemente carente nella dirigenza ospedaliera, nella medicina del territorio e nella specialistica ambulatoriale: ci sarebbe posto per tutti!
Già ora ci sono sedi di medicina del territorio senza titolare, reparti a rischio chiusura e carenze di servizio specialistico. I medici di famiglia inseritisi con la riforma del 1980 sono andati o andranno tutti in pensione in pochi anni. La dirigenza medica ospedaliera, comparto dove il ricambio è stato fortemente contrastato, sta ormai andando anch’essa verso la pensione o, peggio, in fuga verso impieghi più tranquilli e dignitosi. La pandemia COVID ha solo fatto emergere problemi che erano già noti da tempo agli addetti ai lavori.

Ci sono pochi medici? A Belluno ce ne sono ancora di meno! La politica dei numeri chiusi (nata per la sovrabbondanza di medici negli anni ’80 e ’90), solo in parte può giustificare questa nostra carenza.
Ricorre più volte in questi tempi la proposta di agevolare i medici provenienti da fuori provincia con incentivi o facilitazioni abitative od organizzative. Un’ipotesi valida, ma sempre percorribile? Perché non proviamo a guardarci in casa? Come mai la provincia di Belluno non ha saputo esprimere un numero sufficiente di medici “nostrani”? Eppure in questi ultimi 20 anni sono stati migliaia i diplomati che avrebbero potuto tentare la strada
della professione medica, percorso invero impegnativo e molto lungo. E ai nostri giovani bellunesi laureati in medicina siamo stati capaci di offrire opportunità di lavoro nella propria terra, nel proprio tessuto sociale?

Alcuni hanno scelto di rimanere, ma quanti hanno dovuto o voluto emigrare e quanti avrebbero potuto essere trattenuti?
La conclusione di questa disamina vuole superare polemiche e dietrologia! Ciò che è stato fatto è stato fatto, ma si può ancora cambiare!
Possono gli Enti che governano il nostro territorio e i rappresentanti politici assumersi l’onere di operare (non solo in auspici), affinché giovani bellunesi intraprendano la professione medica, ora, non fra 10 anni, con progetti concreti e nell’unione di intenti? Per esempio partendo dalle scuole superiori, presentando la bellezza e l’importanza della professione medica nel nostro territorio montano. E’ necessario e doveroso programmare le
carenze nei prossimi 5 anni (partendo dal conto delle carenze attuali e dei prossimi pensionamenti) ed intervenire, anche con progetti economici di sostegno, per corsisti bellunesi di formazione in Medicina Generale e di specializzazione. La Regione Veneto ad esempio assegna già borse di specializzazione a giovani medici, col vincolo di permanenza sul territorio per un certo periodo. Perché non pensarlo come un progetto bellunese?

Uno specializzando costa circa 25.000 euro lordi all’anno, un corsista di Medicina Generale circa 11.000 euro.
Perché non pensarci? Se riteniamo che il servizio sanitario sia fondamentale in terre disagiate come le nostre, questo diventerebbe un investimento prioritario, nemmeno troppo costoso per gli Enti locali.

Gianniantonio Cassisi, Terminale Associativo Fespa AULSS 1 Dolomitica

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