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Il giallo degli 8mila morti in Veneto. E una Commissione d’inchiesta regionale ininfluente

Palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio regionale del Veneto

“Il giallo Veneto” in questo contesto non è il colore da classifica Covid, ma il titolo dato dai giornalisti di RAI3-Report riferendosi ai decessi avvenuti nel periodo ottobre 2020-marzo 2021, 8.282 persone morte. Il servizio d’inchiesta trasmesso il 26 aprile scorso, poneva più di qualche dubbio sul modus operandi tenuto dalla regione soprattutto in quella fase. L’impennata degli intubati e deceduti si era talmente incrementata, che le interviste fatte ai molteplici personaggi riconducevano sempre allo stesso quesito di fondo: perché e come ciò è potuto succedere? In estrema sintesi, le aree critiche erano (sono) centrate su due nodi principali, strettamente interconnessi; le motivazioni della mancata applicazione della zona rossa in Veneto in autunno 2020, l’opinione contrastante tra esperti sanitari in tema di affidabilità dei tamponi in generale ed in particolare di quelli rapidi. Tralasciando alcune apparizioni barbine, tipo quella del dr. Flor, massimo dirigente apicale del sistema sociosanitario, anche Luca Zaia chiesto di spiegare sul diniego alla zona rossa (domanda ripetutagli quattro volte), al termine ha commentato “C’è anche il chiusurista, come lo chiamate voi, che dice che bisogna sempre chiudere dappertutto. Dopodiché, se ti va bene hai chiuso solo, e quindi hai fatto bella figura. Se ti va male, qualcuno magari ci avrà rimesso tutto quello che aveva” (fonte Rai 3 Report).
Al di là del lessico un po’ involuto, l’impressione colta è che nel dilemma tra zona gialla e quella rossa, più limitante soprattutto per le attività economiche, in realtà la scelta praticata è stata quella più favorevole alle imprese. Peraltro, gli organi romani preposti – in assenza di informazioni regionali aggiornate – avevano collocato il Veneto in “zona gialla ad alto rischio”; almeno così è apparso nel reportage messo in onda. Quello andato in scena è stato il consueto braccio di ferro tra Stato e Regioni, a cui stiamo assistendo fin dall’inizio della pandemia. In realtà, si fronteggiano le esigenze della salute (la vita) e quelle dell’economia (la borsa), entrambe sottoposte alla tremenda prova del Covid-19. Trattasi di necessità non sempre conciliabili, anche se nella scala delle priorità vale più di ogni altra l’opzione “primum vivere”, anzi sopravvivere con le determinazioni del caso per la collettività. Per altro verso, benché la profilassi internazionale sia materia esclusivamente statale rientrando a pieno titolo nelle facoltà del Governo in carica, nessuno esecutivo è andato avanti senza il consenso delle Regioni. A contrario, come più volte ha ribadito la Corte costituzionale, Palazzo Chigi poteva (avrebbe potuto) procedere semplicemente avvalendosi dell’organizzazione sanitaria decentrata senza dover obbligatoriamente interloquire e negoziare ogni passaggio con i vertici politici locali. Così non si è voluto, preferendo pagare lo scotto di: ritardi, scollamenti, fughe in avanti, modalità applicative cervellotiche, ivi inclusa la lunghezza della catena di comando.
In una regione normale, una semplice indagine giornalistica che porta allo scoperto zone d’ombra da chiarire, avrebbe dovuto comportare un prosieguo di opportuno approfondimento sulle questioni sollevate “ragionandoci sopra”, ricorrendo all’intercalare di Luca Zaia. Invece, l’inchiesta è stata vista come uno schiaffo al Veneto sanitario che tanto ha fatto e che nulla ha da rimproverarsi, tranne qualche piccolo disguido. Il massimo laudatore di sé stesso è stato Luca Zaia, che solamente il 4 di maggio si è presentato nell’apposita Commissione convocata nella sala del Consiglio Regionale ed ha concluso la sua arringa difensiva rivolgendosi alla sparuta minoranza con questo diktat “Se siete così convinti che ci sia qualcosa di illegale, qualcosa che è stato gestito in maniera maldestra, che ravveda responsabilità personali e individuali del sottoscritto, dell’assessore, di qualche tecnico, metteteci la faccia e abbiate le palle di andate in Procura a fare una denuncia. Almeno chiariremo una volta per tutte la verità» (Veronasera 04.05.).
In questa direzione, l’ex senatrice Laura Puppato ha preceduto l’irrefrenabile invettiva del leader leghista avendo segnalato da mesi a sei procure alcuni accadimenti occorsi nel tardo autunno 2020, che hanno più che raddoppiato i morti rispetto ai mesi precedenti, informazione probabilmente arrivata anche nel comune di residenza del Presidente. L’esame dei documenti, anche ai fini di ulteriori indagini ed eventuali correlate responsabilità individuali, spetteranno alla magistratura inquirente. Qui è il caso di soffermarsi su due altri aspetti, meritevoli d’apprezzamento. Il primo, alla richiesta di presentarsi in Consiglio Regionale (non solo in Commissione assistito continuativamente dagli esperti, cosa peraltro non fattibile in seduta plenaria) per riflettere su quanto emerso dal servizio di Report, Luca Zaia ha risposto alla chiamata sette giorni dopo. Gesto di pura scortesia istituzionale, essendo egli il vertice della regione e per la funzione che rappresenta, il riferimento obbligato anche di coloro che non lo hanno votato. Il secondo è che in questo quinquennio (2020-2025) la minoranza, ovvero l’opposizione non ha “i numeri” per esercitare alcun controllo reale sull’operato di chi governa l’ente che, per volontà popolare, ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi. Infatti, su 51 Consiglieri di Palazzo Ferro Fini, 41 sono del centro destra e 10 appartengono all’opposizione. Per convocare una seduta consiliare straordinaria indicando gli argomenti da trattare e di conseguenza “obbligare” il Presidente della Regione ad esserci, occorrono 13 consiglieri (1/4 del totale), aggregato non nella disponibilità di chi si oppone. Tuttalpiù costoro, possono fidare e confidare nella sensibilità politica del reggente di Palazzo Balbi, che -come si è visto- non c’è stata. Nelle facoltà degli oppositori, restano le interrogazioni, alle quali l’esecutivo risponde con ritardi anche di mesi. In democrazia, l’esercizio del potere di controllo è di garanzia per il buon funzionamento del sistema a favore di tutta la comunità e dei cittadini. Oggi in Veneto, anche a causa dell’ostinata autoreferenzialità e dell’acquisita autosufficienza di Zaia e delle liste che lo hanno sostenuto, qualsivoglia provvedimento previsto dalla legge spetta e sta unicamente nelle mani alzate ed a favore della maggioranza. Insomma, l’orchestra, gli orchestrali ed il direttore d’orchestra obbediscono ad un uomo solo al comando, della serie non ce n’è per nessun altro.
Viene quindi da sorridere, quando in qualche social media si legge “e l’opposizione che fa?”, la capacità della stessa di poter incidere nelle stanze del potere è vicina allo zero. In siffatto fondale, di conseguenza, uno dei due architravi che sorregge l’ordinamento di matrice liberal-democratica si è spaventosamente disassato ed infragilito; ci troviamo in un altro scenario più simile a quello di un regime autocratico. Comunque sia ed a scanso di equivoci, il miserrimo risultato uscito dalle urne per il centro-sinistra a settembre 2020, è per tanta parte ascrivibile alla medesima coalizione. In occasione delle prime elezioni dirette del Presidente tenutesi nel 1995, G. Galan (cdx) vince con il 38,2% su E. Bentsik (csx), 32,3; la regione poteva essere ancora contendibile. Nel 2010 L. Zaia (cdx), 60,1% batte G. Bortolussi (csx), 29.0; mentre l’anno scorso l’attuale reggitore ottiene il 76,79% dei consensi ed A. Lorenzoni (csx) il 15,72. Il principale partito di minoranza, il Partito Democratico ha nel 2010 il 20,3% e dopo 10 anni di Zaia nel 2020 l’11.92%. Della serie, fette di elettorato sono state perse per strada.
Nel quadro vigente, dopo aver ricevuto un primo sberleffo il 4 di maggio, la pattuglia consiliare guidata dal mite G. Possamai ha ottenuto una seconda pesante sconfitta nell’aver accettato di far parte di una Commissione d’inchiesta regionale pro-dominus, altro che “fra Lega e PD vince la mediazione” (corriere del Veneto 27.05). Come ha ben chiosato Laura Puppato, l’organismo varato l’altro giorno è semplicemente una “farsa” (Tribuna di Treviso 29.05). In effetti, rispetto alla proposta iniziale le finalità da perseguire, allargano l’indagine a tutto il periodo pandemico invece che concentrarsi esclusivamente nei mesi in cui si è verificato il quadruplicamento dei morti. La composizione della Commissione unanimemente approvata, transita da 6 membri a 10 per la maggioranza, mentre per la minoranza 5 erano e 5 restano. Stabilito il termine dei lavori al 31 novembre, questo potrà essere prolungato a maggioranza semplice, verosimilmente nel caso in cui il centro destra non si riterrà del tutto soddisfatto dei risultati emersi. Uno dei primi compiti assegnati, è quello di chiamare gli stessi esponenti politici o tecnici già uditi il 4 maggio scorso, a partire dal Presidente. Forse egli porterà loro le brioches, ma solo per coloro che gli porgeranno le domande con garbo e grazia.
In conclusione, un paio di annotazioni. Facile prevedere che dal lavoro fruttuoso, incessante e approfondito emergerà un’analisi seria e ponderata proclamante coram populo et mass-media” il Veneto ha fatto di tutto e di più, altro proprio non si poteva fare. Gli oltre 8.000 morti in sei mesi? Eventi nefasti che capitano una sola volta nella vita, amen”. Un’ indicazione all’opposizione. Per non finire ulteriormente asfaltati e irrisi, occorre cambiare stile e paradigma, imparare ad essere e “dentro il Palazzo”, ma sempre di più, “fuori dal Palazzo, in mezzo alle urgenze di chi soffre e non ce la fa”.

Enzo De Biasi

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