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In libreria. La fabulosa historia di messer Toni Padèle. L’intrigante metafora di “Anonimo Belumat”

La Moiazza (listolade.it)

(s.r.) Dalla Moiazza e dalla Civetta all’isola perfetta di Taprobana. È il lungo viaggio di un giovane bellunese raccontato nel libro, uscito in questi giorni per la Cleup di Padova, “La fabulosa historia di messer Toni Padèle”. L’autore, anche lui bellunese anche se emigrato nella bassa, si nasconde e si proclama Anonimo Belumàt.

Siamo in un secolo governato dalla Serenissima, il Seicento, quando i dotti e gli alchimisti favoleggiavano della Pietra Filosofale. Un mito come quello dello Stato ideale dove regnano giustizia e uguaglianza.
Toni è poco più che un ragazzo abitante in un paese che guarda da una parte alla Moiazza e dall’altra alla Civetta. Di fare il guardiano di capre si è stancato e un giorno decide di affrontare il mondo andando in cerca di fortuna. Si aggrega ad un dotto tedesco, Gualterus, che sa di filosofia, di medicina ed è ammiratore del celebre Paracelso che aveva sintetizzato l’origine di tutto il mondo in tre elementi. Insieme, nel corso di alcuni anni (l’autore non dice quanti), visitano terre nuove da Venezia a S. Giovanni d’Acri, quindi Babilonia, Baghdad, si inoltrano nel deserto e nelle montagne per arrivare all’isola di Toprabana. Un tragitto dove succede di tutto: si imbattono in malviventi, ladri, sacerdoti saggi, frati colti, una schiava che diventa la compagna di Toni. Finché riescono a mettere piede nell’isola dorata. Ma da là, sono avvisati, una volta entrati non si esce più. E lo fanno intendere le guardie che pattugliano i confini.

A Taprobana tutto è perfetto: il governo è illuminato e pensa a tutto, i cittadini sono tutti uguali. Ma chi commette un errore paga con i lavori forzati e, se occorre, anche con il suicidio. Ma che libertà è? Così Toni, che ha perso Gualterus costretto a suicidarsi per aver voluto mettere le mani sulla Pietra Filosofale, decide di evadere (perché da un’isola che assomiglia ad un carcere non si può che evadere) e tornare con la bella schiava e i figli là da dove anni prima se ne era andato. La madre lo accoglierà con naturalezza e una semplice frase come per dire che dove si è nati si torna sempre prima o dopo.

Questa “Fabulosa historia” è una allegoria lunga 240 pagine in cui l’Anonimo Belumàt stempera, con un linguaggio e un metodo narrativo, la sua robusta cultura accademica in una piacevolissima allegoria divulgativa. Ogni episodio sottende un significato. La isola felice è l’utopia del novecentesco Stato egualitario che è crollato a fine secolo. Gli incontri con i vari personaggi rivelano la necessità e l’utilità degli scambi culturali. Un libro solo in superficie romanzesco. La bravura dell’autore, che sta al lettore intuire chi possa essere, sta nell’aver amalgamato sapientemente senza annoiare la cultura libresca alla capacità divulgativa che oggi gode di grande rinomanza. Una lettura avvincente, ma non per questo meno capace di far meditare.

Forse il paradiso che Toni cercava, alla fine non era altro che quello che aveva lasciato.

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