La montagna si spopola. E’ questo il grido sconsolato degli studiosi dinanzi al complesso problema del calo demografico che colpisce le nostre vallate. Le statistiche fanno salire a 230mila unità la diminuzione della popolazione avvenuta fra gli opposti versanti delle Alpi nel volgere di quest’ultimo trentennio. Una cifra elevata, tale da turbare i sonni dei nostri legislatori, e non solo di questi. Il fenomeno dello spopolamento montano è diffuso un po’ ovunque e colpisce non solo le nostre regioni orografiche, ma anche le Dinariche, i Tatra, i Carpazi, e i Pirenei, come assicura il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Senonché per l’Italia esso rivela un carattere di indilazionabile attualità, poiché interessa un buon terzo della sua superficie. Limiterò le mie modeste osservazioni a pochi brevi cenni, lasciando a chi ha le competenze la trattazione analitica del problema che ha riflessi nazionali, sociali, economici, psicologici. Le cause determinati della riduzione delle genti di montagna sono perlopiù note a tutti poiché vi è una vasta letteratura sul tema. Accennerò alle principali cause, ossia denatalità ed emigrazione. Per ancorare l’alpigiano alla montagna è necessario assicurargli un maggiore tenore di vita. Occorre aprire nelle singole vallate nuove strade, scuole, circoli ricreativi. Incrementare le piccole attività locali, l’artigianato, il turismo, il patrimonio zootecnico e silvestre, senza togliere nulla dell’esistente, né un Municipio, una segheria, un mulino. Tanto meglio se la fiscalità potrà rivedere a vantaggio del montanaro il pesante fardello tributario che lo opprime. Attuando sia pur per gradi siffatte provvidenza egli non sentirà più lo stimolo all’evasione.
Questo scriveva pressappoco A. Arban su Il Gazzettino del 5 novembre del 1948 reperibile nell’Archivio on line della Biblioteca Civica di Belluno. Parole che a distanza di 72 anni, sono ancora attuali. Ho eliminato solo qualche parte, come la mortalità infantile, che oggi, fortunatamente, non rappresenta più una minaccia.
