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Confartigianato Veneto, ripartenza difficile, tre quarti delle imprese pensano solo a sopravvivere. Scarzanella: «Servono prospettive reali di rilancio»

Claudia Scarzanella

La pazienza è la virtù dei forti. E le imprese artigiane bellunesi si rivelano fortissime nonostante il duro colpo subito con il lockdown. Dovranno pazientare fino al 2021 per tornare ai livelli pre-Covid. Ma in questo momento stanno dimostrando di saper resistere e sopravvivere, puntando alla continuità e senza ricorrere ai licenziamenti.

È quanto rivela il “Report micro-piccole imprese” elaborato dall’Ufficio Studi di Confartigianato Veneto. La fotografia scattata sulla recessione a due mesi e mezzo dall’uscita dal lockdown ha preso in considerazione 1.500 aziende a livello regionale, di cui oltre 150 bellunesi.

I dati

La situazione bellunese durante il lockdown è stata in linea con il resto del Veneto, anche se spiccano due tendenze interessanti: un quarto degli intervistati ha detto di non aver mai fermato l’attività (contro il 23,3% del Veneto); e il 26% ha detto di aver chiuso nonostante potesse continuare a lavorare (contro il 17,4% del Veneto). Un duplice dato indispensabile per comprendere come mai il ricorso ad ammortizzatori sociali e riduzione dell’orario di lavoro sia stato ridotto rispetto al resto del Veneto. E anche come mai le prospettive da qui ai prossimi mesi confermino questo andamento: se la cassa dovesse essere prorogata per altre 18 settimane, solo il 49% delle imprese bellunesi pensa di far ricorso agli ammortizzatori (contro il 59% del Veneto), mentre il 46,9% ricorrerà alla riduzione oraria (contro il 57,3% del Veneto).

«Si tratta di un dato estremamente importante, che conferma la tenacia delle nostre imprese artigiane – commenta la presidente di Confartigianato Belluno, Claudia Scarzanella -. L’artigianato ha subito un durissimo colpo, specialmente quelle categorie che sono state costrette a fermare l’attività per lunghi mesi e che adesso stentano ad agganciare la ripartenza. Ma la volontà di andare avanti prevale. Ecco perché abbiamo bisogno che oltre agli aiuti arrivati finora si vada oltre, con reali prospettive di rilancio del mercato, in modo da non fermarsi all’assistenzialismo».

Un bisogno confermato dai dati relativi alla possibilità di sgravi fiscali al 100% sulla contribuzione per i neoassunti che dovrebbe essere introdotta dal “Decreto agosto”. Solo il 9,1% degli intervistati bellunesi prevede di assumere certamente se ci saranno gli sgravi (contro l’8,4% del Veneto), mentre il 29,1% dichiara che forse assumerà qualcuno (contro il 28,4% del Veneto); la maggior parte delle imprese però è attendista e non prevede novità nell’organico, per paura che la mancata ripresa renda impossibile, anche al netto degli sgravi, tenere un dipendente in più.

«In questo momento prevale la necessità di sopravvivenza – sottolinea la presidente Scarzanella -. Qualsiasi altro obiettivo è rinviato a momenti migliori». In effetti, il 74,5% degli intervistati sostiene che al momento l’obiettivo è quello di dare continuità all’impresa (solo il 9,2% ritiene di cercare nuovi spazi e canali per commercializzare i prodotti; e un esiguo 3% sta sviluppando nuovi prodotti o servizi). Quanto al fatturato nei mesi immediatamente successivi la fine del lockdown, oltre il 60% degli intervistati registra una perdita (il 10% addirittura forte, superiore al -50%; il 15,7% significativa, tra il -25 e -50%).

La fine della crisi pare lontana. Oltre la metà degli intervistati la pone non prima del 2021. Ma l’11,7% dice addirittura nel 2022 o oltre, e per il 10,8% delle imprese gli affari non torneranno mai ai livelli pre-Covid.

Le prospettive

«Dalla fotografia scattata nel report emerge un dato molto chiaro: incentivare l’occupazione in questo momento è condizione necessaria, ma sicuramente non sufficiente – commenta il direttore di Confartigianato Belluno, Michele Basso -. È necessario sostenere gli investimenti, in modo da garantire la ripresa anche oltre gli aiuti del momento. Per questo chiediamo che le risorse messe in campo dal Governo siano dedicate alle leve per favorire gli investimenti. Ne va del futuro delle prossime generazioni, e della tenuta del sistema artigianale in montagna. Le nostre imprese già pagano a caro prezzo le difficoltà logistiche e territoriali: dopo il Covid, rischiano più di altre, nonostante la grande tenacia degli imprenditori. È doveroso però che non siano loro a dover sopportare tutto il peso della pandemia e delle sue conseguenze».

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