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Plasma di pazienti guariti per sconfiggere il coronavirus. Intervista alla dottoressa Giustina De Silvestro primario del Servizio trasfusionale all’Ulss 16 di Padova

Bellunese di nascita, la dottoressa Giustina De Silvestro dirige il Servizio trasfusionale dell’Azienda ospedaliera di Padova dove è in corso la sperimentazione con il plasma ottenuto dai pazienti Covid-19 guariti, di cui molto si sta parlando in questi giorni.

Dottoressa De Silvestro, quanti sono i pazienti in questo momento che stanno utilizzando questo metodo sperimentale e come sta andando?

“Qui a Padova il plasma è stato somministrato finora a 12 pazienti. Sono sicuramente pochi, d’altra parte abbiamo dovuto aspettare la guarigione dei pazienti e i tempi di sicurezza prima di avviare la donazione. La sperimentazione dovrà quindi essere convalidata da numeri più ampi. Secondo la nostra esperienza, nella maggior parte dei casi la cura con il plasma ha determinato una evoluzione della malattia benigna. Abbiamo ottenuto dei risultati incoraggianti, che andranno comunque confermati, mettendo insieme i dati di più centri che in questo momento stanno effettuando questo tipo di terapia in Italia e in Europa”.

Per ora si parla di sperimentazione, ma l’uso del plasma nella cura di pazienti Covid-19 e anche in altre malattie non è nuovo. Ce ne può parlare?

“Prima di partire con questo protocollo, abbiamo avuto modo di confrontarci con la delegazione di epidemiologi da Wuhan che è venuta in Italia un mese e mezzo fa ed è stata anche a Padova. I medici cinesi ci hanno parlato di 300 casi da loro trattati con il plasma anticipandoci i risultati positivi ottenuti e che entro breve termine dovrebbero essere pubblicati. L’esperienza basata su questo principio, di utilizzare prima il sangue e poi il plasma di soggetti guariti da malattia infettiva, ha radici storiche. Nel 1918-19 si curò la Spagnola, nel 2002 la Sars con risultati contrastanti, ma anche positivi. E ancora nella cura della Mers nel 2012, la sindrome respiratoria mediorientale provocata da un coronavirus, e anche nella cura dell’Ebola nel 2015. Tutte conferme sul presupposto corretto di questo tipo di terapia, che per ora rimane una terapia collaterale, in attesa di avere farmaci specifici”.

Qualche virologo ha sollevato alcune perplessità sui possibili rischi nell’uso del plasma. Qual è il protocollo che seguite nella selezione dei donatori?

“La metodica che utilizziamo per la preparazione del plasma è collaudata, viene utilizzata quotidianamente da molti anni su moltissimi donatori, anche di plasma. Il donatore viene valutato seguendo gli stessi criteri e le stesse regole della medicina trasfusionale. Non solo. Nel caso attuale di donatori di plasma per la cura di pazienti coronavirus, proprio perché conosciamo ancora poco della malattia, abbiamo implementato una serie di esami che vengono effettuati per raggiungere il massimo grado di sicurezza possibile. Il plasma viene anche sottoposto a una procedura cosiddetta di inattivazione dei patogeni che serve per eliminare eventuali particelle o altri virus eventualmente ancora presenti. Il protocollo è stato validato in Veneto dal Comitato etico, ed ha avuto l’approvazione con questi criteri anche dal Centro nazionale sangue, che è il braccio trasfusionale dell’Istituto superiore di Sanità”.

 

Quanti donatori servono per curare un paziente?

 “Dipende molto dalla qualità di anticorpi posseduti dal donatore. Prima della donazione, andiamo a fare una valutazione della quantità di anticorpi che siamo certi abbiano una capacità di bloccare il virus. Quindi, se il donatore ha una quantità di anticorpi oltre una soglia minima che consideriamo efficace, allora può donare. Più è elevata la quantità di anticorpi meno è elevato il plasma che andiamo a somministrare nel paziente da curare. Un donatore nel top della sua produzione di anticorpi può essere sufficiente a trattare un paziente. Quindi il rapporto è di uno a uno. Diciamo però, che nella maggior parte dei casi abbiamo bisogno di più di un donatore per paziente, perché non tutti i donatori possiedono una quantità elevata di anticorpi”.

L’appello alla donazione rivolto ai 3.600 veneti guariti nella diretta Facebook di ieri (6 maggio) del governatore del Veneto Luca Zaia, per costituire quella che è stata chiamata “la più grande banca del sangue” ha dato dei risultati?

“Sì. Da ieri dopo la diretta a questa mattina, abbiamo ricevuto una quarantina di chiamate qui a Padova, altrettante probabilmente saranno arrivate negli altri centri di riferimento regionali. Quindi abbiamo avuto una risposta ampissima, senza contare le mail. Ora stiamo cercando di organizzare al meglio i prelievi”.

Se la cura del plasma si rivelasse efficace potrebbe dissuadere dall’impiego di un futuro vaccino?

“No, sono due percorsi completamente diversi. Con questo tipo di terapia noi diamo un po’ di anticorpi in più rispetto a quelli che il malato nel corso della sua malattia è in grado di produrre. E’ un effetto transitorio. Il vaccino invece stimola a produrre autonomamente gli anticorpi che serviranno ogni qualvolta quella persona entrerà in contatto con il virus. Il vaccino quindi non ha un effetto transitorio. Se il vaccino è efficace garantisce una protezione per tutta la vita, perché è il mio organismo che è in grado di produrre anticorpi. Tutt’al più dovrò fare un richiamo trascorso un certo periodo. Quello che facciamo noi con il plasma è il transito verso il vaccino. Attualmente non abbiamo il vaccino e non abbiamo nemmeno una terapia che si sia rivelata la terapia in assoluto. Stiamo tutti contribuendo con farmaci e con il plasma a far si che questa malattia sia più governabile”.

Dobbiamo aspettarci che le future influenze stagionali siano tutte aggressive, diciamo a “matrice coronavirus”?

“Questo virus non sappiamo come si comporterà, speriamo si indebolisca. Quando sarà la stagione, noi dovremmo accettare il contatto con gli altri virus influenzali, dobbiamo sperare che questo coronavirus si sia indebolito nel tempo”.

(rdn)

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