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Pandemia. Intervista alla dottoressa Anna Maria Cattelan, primario del Reparto malattie infettive dell’ospedale di Padova

Proseguiamo il nostro approfondimento sulla pandemia con l’intervista che segue, alla dottoressa Anna Maria Cattelan, medico, specialista in Medicina tropicale, Infettivologo, direttore della Unità operativa complessa di Malattie infettive di Padova.

Dottoressa Cattelan, ogni sera le tv ci danno il quadro della situazione della pandemia. I numeri possono essere letti in modo rassicurante, ma anche in modo preoccupante. Il grafico dei contagi e dei morti scende, ma lentamente. Secondo lei fra quanto tempo potremo chiamarci fuori?

Alla data del 24 aprile 2020 sono stati registrati 192.994 casi positivi di coronavirus, tra cui 60 498 persone guarite e 25 969 persone decedute, rendendo l’Italia il terzo paese al mondo per numero di casi totali, dopo USA e Spagna, e il secondo al mondo per numero di decessi. Per quanto riguarda le misure di contenimento dell’infezione, l’Italia è stata il primo paese europeo a sospendere tutti i voli diretti da e verso la Cina, con una delle misure più drastiche nell’UE. Dalla scoperta del primo focolaio epidemico autoctono, sono state adottate una serie di misure di contenimento dapprima limitate ad alcune aree geografiche e poi estese a tutto il territorio nazionale che sono tuttora vigenti. Per quanto riguarda le previsioni sulla fine dell’epidemia, mai come in questo periodo abbiamo assistito ad un proliferare giornaliero di numeri, di grafici con metodi di analisi complessi e le cui conclusioni possono essere talvolta fuorvianti. Questo dipende molto anche dalla bontà dei dati che andiamo ad analizzare. Un esempio per tutti può essere il numero dei casi positivi, il cui valore non corrisponde al totale dei contagiati, che è per definizione maggiore, a meno che i test non vengano svolti sulla totalità della popolazione e a intervalli regolari nel tempo. Molte altre sono le variabili , tra cui il numero e il tipo di test effettuati, la tempistica con cui i risultati dei test effettuati diventano disponibili, il corretto funzionamento dei test, che in alcuni casi non si sono rivelati affidabili, etc. E tantissime altre osservazioni si potrebbero fare per il numero dei decessi che dipende dalla capacità identificare correttamente la presenza del CoViD19 nelle persone decedute, dalla completezza con cui vengono riportati i dati, dalle caratteristiche della popolazione colpita dal CoViD19, etc. Da quanto l’esperienza clinica ci sta mostrando in questi giorni, stiamo assistendo ad una riduzione significativa sia del numero dei ricoveri complessivi che della loro gravità; questo almeno per quanto riguarda la Regione Veneto. E’ auspicabile che grazie a tutte le misure di contenimento adottate insieme alla grande capacità diagnostica e terapeutica l’epidemia vada progressivamente spegnendosi complici anche l’arrivo della bella stagione con il rialzo delle temperature.

Fermare la produzione per tempi lunghi sappiamo che non è possibile. Lei come vede la ripartenza dell’Italia sotto il profilo sanitario: lasciata alla discrezionalità delle Regioni, dello Stato, a zone (Nord, Centro, Sud), e con quali precauzioni?

Già da alcune settimane si sta pensando attivamente alla ripresa della produzione, indispensabile ed inderogabile a mio avviso, e ogni Regione sta organizzando piani d’azione specifici che credo debbano rispondere a direttive nazionali al fine di uniformare le principali azioni di intervento. Anche la Regione Veneto si sta muovendo in questo senso cercando di dare la massima sicurezza ai lavoratori attraverso una serie di misure di contenimento dell’infezione e di test diagnostici da offrire ai lavoratori prima dell’accesso alle aziende. Sono altresì convinta che i massimi risultati si potranno ottenere solo se si formerà una coscienza sociale, dove il rispetto di alcune semplici regole quali il distanziamento sociale, l’uso delle mascherine facciali, la corretta igiene delle mani, siano sempre rispettate a garanzia di una protezione individuale e collettiva.

In futuro dobbiamo aspettarci una seconda ondata di questa pandemia? E a suo parere le future influenze stagionali saranno tutte di matrice Coronavirus con le conseguenze che già abbiamo sperimentato?

Non è escludibile; alcuni modelli matematici ci dicono che a Settembre-Ottobre assisteremo ad una seconda ondata epidemica del coronavirus. Ritengo che ancora una volta molto dipenderà dalle nostre azioni e da quanto “bene” ci siamo comportati. Sarà molto importante raccomandare la vaccinazione antinfluenzale a fasce sempre più ampie della popolazione, al fine di evitare difficoltà diagnostiche e sovrapposizioni di infezioni. Poi restano sempre le variabili non controllabili, legate alla aggressività del virus, ai cambiamenti climatici e a quanto pare anche da recenti studi scientifici anche dal grado dell’inquinamento ambientale.

In Lombardia pare che il contagio nelle case di riposo sia avvenuto anche da pazienti rientrati perché guariti. Per quanto ne sappiamo oggi, quando un paziente può essere considerato totalmente guarito e non più diffusore di virus?

Sono state avanzate ipotesi che persone cosiddette guarite siano state capaci di infettare nuove persone. Si tratta di un ambito ancora molto discusso e dove avanzano varie ipotesi interpretative. Forse le persone non erano veramente guarite? Avevano ripetuto in modo corretto il test diagnostico, vale a dire il tampone nasofaringeo per la ricerca del coronavirus? E’ possibile una nuova reinfezione, magari da virus mutato? Solo una seria ricerca scientifica potrà dare delle risposte ad un fenomeno che al momento è comunque molto contenuto.

A suo parere, la probabilità di contrarre la malattia da Covid-19 sta nella concentrazione e quindi negli ambienti chiusi, oppure nessun luogo è teoricamente sicuro da contagio?

Certamente la probabilità di contrarre l’infezione da Coronavirus aumenta in modo importante negli ambienti chiusi, come del resto è comune per molte infezioni contratte per via aerea. Pensiamo per esempio all’influenza ma anche a malattie batteriche come la meningite meningococcica. E’ già stato ampiamente visto che la maggior diffusione del COVID-19 avviene proprio all’interno dei nuclei familiari piuttosto che in altri ambienti chiusi come le strutture di residenza per anziani, etc

Uso delle mascherine. Lei cosa ne pensa: sempre e ovunque per fermare il virus che si propaga attraverso le goccioline fuoriuscite da bocca e naso?

Le mascherine chirurgiche sono una valida protezione per il controllo della diffusione dell’infezione. Numerosi studi, anche se non specificatamente eseguiti nel contesto dell’epidemia da COVID-19, hanno dimostrato che la mascherina chirurgica ha la capacità di bloccare l’eventuale liberazione di aerosol, cioè di particelle emesse con il respiro contenenti virus ma più piccole (minore di 5 micron) di quelle emesse con goccioline di saliva (droplets 5-10 micron)”. L’OMS continua ad affermare che le mascherine devono essere indossate dalle persone che presentano tosse o febbre o da chi si occupa di un caso Covid-19 confermato o sospetto, ma non le consiglia alle persone sane nella vita quotidiana. In alcune Regioni, come sono state rese obbligatorie, in altre sono state imposte nei negozi, supermercati e negli uffici. Personalmente ritengo che in un momento in cui sia fondamentale contenere al massimo la diffusione del virus, in cui spesso è difficile identificare i soggetti asintomatici ma positivi e potenziali diffusori del virus, è opportuno che la mascherina venga indossata da tutti soprattutto in condizioni di rischio di contagio, cioè negli ambienti chiusi o quando ci sono contatti ravvicinati.

(rdn)

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