
Gli antichi, e Machiavelli, che dei veteres era ammiratore e seguace, sostenevano che la storia è maestra di vita. Allora questa lunga disputa fra Europa sì ed Europa no trova qualche esempio nel passato? Sto completando la lettura di un bel libro di Egidio Ivetic sulle guerre balcaniche (il Mulino), evento che nei testi scolastici di storia si cita en passant come prodromo alla Grande Guerra. E con il grosso conflitto che ne è seguito di un solo anno le due guerre dei Balcani saldamente collegate perché entrambi gli eventi nascono dal montante nazionalismo europeo che ha vissuto la sua stagione di fuoco tra Otto e Novecento. Serbi, montenegrini, bulgari, greci, macedoni, rumeni da una parte, l’impero musulmano dall’altro. Sullo sfondo le grandi potenze (la Triplice Intesa e l’altrettanto Triplice Alleanza dall’altra) a manovrare la diplomazia e i giochi di potere.
La prima guerra balcanica, fine 1912 e inizio 1913, vede i paesi della penisola avventarsi contro il decadente Stato turco che deve cedere buona parte dei suoi possedimenti in Europa. Subito dopo, per controbilanciare l’eccessivo allargamento della Bulgaria, gli altri Stati balcanici, sostenuti stavolta dalla Turchia, si sono avventati sui bulgari sconfiggendoli.
Da che cosa sono nate queste due guerre che hanno visto episodi di feroce atrocità da entrambe le parti (e in questo hanno condiviso quello che accade spesso nei conflitti di ogni tempo)? Dalla volontà di popoli di vivere indipendenti con le loro tradizioni, la loro religione, la propria cultura. Essere, cioè, delle nazioni non soggiogate al potere di Stati o Poteri sentiti come estranei.
Un anno dopo il nazionalismo armò la pistola di Gavrilo Prinzip a Sarajevo per liberare la Serbia dall’impero multinazionale austro-ungarico. Che dopo tre anni abbondanti di massacri andò in frantumi dando vita ad una serie di Stati da secoli soggiogati ad un potere considerato estraneo alla storia di ciascuno (i Cechi, una parte degli Italiani, le varie nazionalità slave dei Balcani, gli Ungheresi).
Dopo le guerre ottocentesche che hanno travagliato un po’ tutta l’Europa, dopo i due conflitti mondiali novecenteschi, finalmente l’Europa è entrata nel suo più lungo periodo di pace. Dal 1945, eccetto gli interventi sovietici nei paesi satelliti e la disgregazione con relative conseguenze della ex Jugoslavia, siamo vissuti senza l’incubo della guerra. Fu così che alla metà degli anni Cinquanta alcuni Stati europei hanno deciso di unire le proprie forze per creare un centro di potere sovranazionale. E nacque la Ceca (Comunità europea carbone acciaio). Che cosa legava questa neonata unione? Interessi economici. Da allora il cammino per una integrazione europea è stato continuo sebbene travagliato. Fino alla attuale Unione Europea, che il percorso inverso che va dal nazionalismo al sovranazionalismo. Cioè una creazione artificiale. Un po’ come quella di Zamenof, il linguista che volle creare una lingua artificiale in maniera che tutti potessero comunicare tra di loro mettendo da parte i propri idiomi. Fu una bella utopia rimasta una curiosità.
Come si può pensare di unire decine di popoli ricchi di storia, lingua, religioni, tradizioni diverse e spesso contrastanti mediante legami artificiali come la finanza, realtà senza spirito?
Così dopo anni di sforzi alla prova dei fatti in questi giorni stiamo assistendo all’ennesimo “j’accuse” alla Unione europea di cui alcuni hanno, ancora una volta, decretato la conclusione. Le nazioni sono formate da stratificazioni secolari cui un popolo è affezionato e con le quali si identifica. Nemmeno il denaro ha il potere di vincere lo spirito del popolo soprattutto se ha alle spalle secoli di storia. Non basta mettere sul piatto miliardi per unire le persone. Il denaro è freddo e insensibile; l’uomo e il cittadino sono il punto di arrivo di un cammino storico ben definito. Le recenti gaffes della presidente della Bce, le prese di posizione della presidente della commissione europea, la ritrosia di Germania e Olanda ad un intervento comunitario in favore dei paesi più deboli mostrano che il cammino verso un’Europa sovranazionale è almeno arduo per non dire impossibile. Ed è errato chiamarlo nazionalismo o sovranismo. Si tratta soltanto della storia di popoli che non vogliono né possono rinunciare al loro passato. Per creare l’unità servono valori in cui riconoscersi. Che il denaro e la finanza, per loro natura freddi egoisti senza spirito e cuore, non possono mai fornire né far vivere.
Sante Rossetto


