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Risparmiatori truffati. Sempre in attesa di un atto governativo per essere indennizzati, lo saranno (forse) a fine 2019

2018, un anno sprecato causata dalla scelta contraria al buon senso fatta dai nuovi governanti
Come noto la vicenda del crack finanziario delle banche venete, Popolare di Vicenza e Banca Veneta, è stata causata da mala gestio operata dai rispettivi Presidenti, Consigli di Amministrazioni e Dirigenza, Collegi dei Revisori, Organi Vigilanti. Esperiti e falliti diversi tentativi di salvataggio, si è avuta la liquidazione coatta (Decreto M.E.F. 25.07.2017) seguita dalla drastica perdita di valore di ciascuna azione del capitale sociale, sceso da alcune decine di euro a pochi miserrimi centesimi.

In Italia quando capitano simili disastri, vige un’antica consuetudine praticata da sempre secondo la quale “i profitti – soprattutto se cospicui- sono privati, mentre le perdite – specie se ingenti – sono pubbliche”. L’assunto, per la prima parte, è dimostrato dagli arricchimenti perpetuati negli anni da Zonin, Consoli, amministratori e dirigenti vari nei loro patrimoni aziendali e familiari. Per la seconda parte, il concetto è stato acclarato con l’intervento dello Stato che ha favorito l’acquisto delle banche decotte da parte di Banca Intesa San Paolo per 0,50 centesimi di € cadauna, garantendo una provvista di denaro fresco di 5 miliardi e 200 milioni con garanzie – se necessarie – fino a 17 miliardi.

A parziale giustificazione di questo aiuto fatto con i soldi pubblici, resta il dato positivo che sono stati preservati i posti di lavoro di alcune decine di migliaia di dipendenti, i conti correnti anche oltre i 100mila euro ed – in definitiva – si è evitato di aggiungere un ulteriore catastrofe rispetto a quella già combinato dagli impresari veneti gestori del credito in sede locale. Alla fine della fiera sorge spontanea la domanda, chi paga? La risposta sta nel proverbio di tradizione veneziana “paga Pantalon”. E per quanto concerne i responsabili, le responsabilità e la restituzione del danno cagionato? La risposta è trita e ritrita “La giustizia farà il suo corso”; fra qualche anno vedremo (forse) quanto del maltolto sarà restituito alle comunità locali. Allo stesso tempo e presumibilmente per non appesantire la situazione processuale che vede presenti migliaia di persone danneggiate, la Regione del Veneto non è riuscita a trovare una strada per costituirsi parte civile contro i dilapidatori dei risparmi sudati dei propri cittadini. Purtroppo, non essendo stata ancora attuata l’autonomia rafforzata chiesta dal popolo Veneto nel 2017 costata 16 milioni di euro alle casse regionali per un referendum inutile, la Regione non ha titolo ad intervenire. Anche su questo argomento il 2018 è trascorso senza alcun risultato, per fortuna che al Governo c’è il partito della Lega che comanda con il Leader Massimo altrimenti chissà cosa sarebbe successo!

Ritornando al tema principale, vale la pena di ricordare che gli azionisti delle banche liquefatte erano delle new entry in materia, per niente avvezzi a muoversi da speculatori. Infatti, quando gli ex soci delle pregresse cooperative di credito hanno chiesto di poter vendere le loro azioni la cui quotazione era stabilita in sede amministrativa dal CdA della banca stessa, invece di incassare celermente il dovuto sono stati “invogliati” con linee di credito agevolate, cosiddetto “meccanismo delle baciate”, a comperare altri “prodotti finanziari”, taroccati in origine così come era il valore delle singole azioni non quotate dalla e nella Borsa valori e titoli. In realtà, i neo-azionisti continuando a fidarsi delle loro banche, hanno contribuito a coprire con i loro risparmi veri i buchi di bilancio scoperti dopo, diventando contestualmente debitori verso la banca stessa in caso di azzeramento delle azioni: puntualmente accaduto! Essendo state colpite nel risparmio evaporato e traditi nella fiducia verso le “proprie” banche oltre 210 mila persone solamente in Veneto, il Parlamento ha votato – su proposta del Governo Gentiloni in occasione della finanziaria 2017 per l’anno 2018 – 4 commi dal 1106 al 1109 dell’art. 1 della legge 205, con i quali è stato sancito il principio che il risparmiatore ingannato in ragione della violazione degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza e trasparenza da parte della banca, ha diritto a vedersi ristorato senza alcuna percentuale predeterminata rispetto al danno patito, una somma di denaro equivalente. È il caso di segnalare che siffatta norma non è incorsa nella censura Ue per gli aspetti di violazione delle regole in materia di aiuto di stato o di alterazione di quelle sulla concorrenza nei mercati finanziari. La figura cardine dell’intera impostazione era quella del risparmiatore frodato e la tutela era quella accordata dall’art. 47 della Costituzione che mira a salvaguardare il valore del risparmio. Trattasi, sempre, di persona fisica ovvero anche di imprenditore individuale, non certo azienda od impresa cui risultino intestate azioni emesse dagli istituti di credito in questione.

Per realizzare le finalità dichiarate in legge occorreva, entro il mese di marzo, predisporre e pubblicare in Gazzetta Ufficiale unicamente un provvedimento che fissava: requisiti, modalità e condizioni necessarie alla sua attuazione.
In un Paese normale tale atto di rango governativo sarebbe stato adottato senza colpo ferire, ma noi non siamo né viviamo in un Paese normale. D’altronde, il dovere di adempiere quanto le leggi vigenti prescrivono non fa parte del nostro codice identitario.
In effetti, i primi mesi dell’anno decorrono senza alcun provvedimento esecutivo della legge 205/2017. Anzi! La compagine governativa a trazione PD invece di assolvere al proprio compito, invia (anche se non necessario) la proposta di decreto alla commissione bicamerale formatasi post elezioni 4 marzo e composta in prevalenza dai futuri contraenti il patto di Governo che, a loro volta, con pubbliche dichiarazioni fanno sapere che è “meglio non procedere”, suggerimento cui i perdenti si attengono scrupolosamente finché dureranno nella carica, vale a dire fino al 31 maggio. Le ragioni esplicitate soprattutto dai 5 stelle sono: a) la questione spetta ora a chi ha vinto, b) la legge esistente è piena di lacune, quindi occorre una nuova legge. Di per sé, nulla impediva di agire allo scopo di risarcire prontamente i risparmiatori truffati e nel frattempo predisporre una proposta migliorativa in materia. Una seconda questione sollevata avverso la legge 205/2017, benché fosse stata condivisa qualche mese prima da chi ora la contesta, è che la dotazione finanziaria quantificata in 100 milioni in quattro anni è insufficiente. Piuttosto è urgente, dicono i pentastellati, reperire maggiori fondi così da soddisfare la più ampia platea possibile di risparmiatori truffati.

Se il riferimento è alle risorse provenienti dai “fondi dormienti”, queste erano già stati accertate a seguito di un’interrogazione fatta a settembre 2017 dall’On. Le Pesco (5Stelle, oggi Presidente della Commissione Bilancio del Senato) a cui il rappresentante del governo del tempo aveva risposto che in cassa, al netto dei rimborsi restituiti a chi aveva titolo, giaceva 1 miliardo e 400 milioni, per l’esattezza 1.398.607.863,12 accertati al 31. 12 2016. Chi sapeva? Certamente il PD ed i 5 Stelle, perché entrambi non hanno proposto -a dicembre 2017 con i soldi in cassetto, la collocazione delle risorse secondo i dettami della legge Tremonti in primis per le “vittime da reato finanziario” ? Inoltre, essendo i contraenti del patto di Governo sulla tolda di comando del Paese dal primo giorno del mese di giugno, nonché presenti con propri Sottosegretari nel Ministero dell’Economia e delle Finanze, agli atti, la somma validata al 31 12 2017 nella contabilità speciale dei “fondi dormienti” risultava ammontare a 1 miliardo e 575 milioni, per l’esattezza 1.574.205.439,98. Quale giustificazione adduce, adesso 30 dicembre 2018, il Governo Giallo-Verde nel prevedere nei capitoli di spesa per il 2019, 2020 e 2021 solamente 525 milioni?. Le risorse disponibili sono superiori, dato che si incrementano di anno in anno mediamente di circa 160 milioni, in considerazione del flusso cosi come acclarato nel settennio appena trascorso per quanto desumibile dagli atti parlamentari del 2017. L’unica e parziale scusa d’ordine tecnico valevole, in parte, per la sotto quantificazione delle risorse nella legge 205/2017, stava nel fatto che non era ancora scattata la “prescrizione tombale ventennale iniziata nel 2008” circa l’esigibilità dei conti dormienti da parte dei legittimi proprietari, difficoltà oggi non più sussistente in termini cosi incisivi come l’anno prima.

Difficile non accorgersi della strumentalità degli ostacoli frapposti pur di non agire con immediatezza e viceversa far passare il tempo per ascrivere alla nuova dirigenza il titolo di risolutori del problema causato in primis non dai partiti politici, ma dagli imprenditori che sedevano nei CdA delle due banche venete. Rinviare nel tempo un decreto dovuto, non tiene (non ha tenuto) in alcun conto né dei casi di suicidio già successi, né dell’età avanzata di gran parte dei risparmiatori traditi, oltre i 2/3 hanno più di 65 anni. Del resto, è noto che ai politicanti i cittadini interessano da vivi, da morti non votano.

La telenovela della “nuova legge” e le contorsioni della maggioranza governativa
Decorsi senza alcun costrutto i primi 5 mesi dell’anno, su iniziativa del parlamentare A. Ferrazzi (Pd), ad inizio agosto l’Assemblea del Senato con parere favorevole del Governo, dispone affinché l’atto di competenza governativa sia adottato entro il 31 ottobre. Alla ripresa settembrina, altro rovesciamento di posizione. Prendendo spunto dal c.d. “Decreto mille proroghe”, la maggioranza governativa cambia idea e presenta un emendamento che prevede l’attivazione per i risparmiatori truffati di una corsia preferenziale per chi presenta entro il 30 novembre ricorso ad ACF (Arbitro per le Controverse Finanziarie), nel caso in cui il risparmiatore azzerato abbia perso fino a 100.000,00 € prevedendo un ristoro nella misura massima del 30% del lodo arbitrale accolto e riconosciuto Allo stesso tempo, il termine per adottare il decreto attuativo è differito al 31 gennaio 2019. La questione non è di poco conto né di poco rilievo, poiché al di là del numero esiguo di casi che saranno effettivamente esaminati ed accolti (nr. 502 afferenti alle due banche venete dato ACF/Consob 30 .11.2018), in modo esplicito vengono introdotti dei parametri che delimitano fortemente il perimetro del risarcimento fattibile. In realtà, da un lato la compagine governativa si ricava il tempo necessario per poter predisporre la famosa “nuova legge” per l’anno prossimo, dall’altro si svuota di contenuto innovativo la previgente norma che non poneva a priori alcun “paletto” né di percentuale né di limite nominale. Gli esponenti governativi, pur di tenere a bada chi li aveva massicciamente votati, rassicurano che il 30% è da considerarsi “a titolo di acconto”. Tale promessa declinata a voce negli incontri più o meno ufficiali, ma soprattutto nei giornali-radio-tv locali risulta immediatamente smentita dal fatto che il Governo, nella procedura di conversione del sopracitato decreto, respinge due ordini del giorno presentati da Forza Italia e dal Partito Democratico aventi proprio lo scopo di configurare il 30 % quale anticipo sul saldo che sarà dato. Ciò nonostante le Associazioni dei Risparmiatori, aggregate in una variegata e raffazzonata “cabina di regia” convocata a Roma secondo necessità, guidata durante le riunioni da due Sottosegretari del M.E.F. ovvero gli On.li Bitonci (Lega) e Villarosa (5 Stelle), danno credito a questa modalità di procedere non rimarcando affatto la distanza tra ciò che viene loro raccontato e ciò che viene (non viene) legiferato. La stessa distanza tra ciò che dicono ai Risparmiatori, in questo caso il Capo Politico dei 5 Stelle al Governo, e quanto invece gli stessi governanti approvano nei documenti ufficiali. Ad esempio, il D.E.F. (Documento di Economia e Finanza) presentato ai primi di ottobre non indica nemmeno un (1) € per la causa dei risparmiatori azzerati, mentre nei principali TG il Vicepremier si affretta a dichiarare “abbiamo ripagato i risparmiatori truffati per 1 miliardo e mezzo”, peccato che osservando le tabelle queste siano desolatamente a zero euro. La posta finanziaria andrà stanziata negli appositi capitoli della legge di bilancio, strumento differente e diverso dal DEF (ma Pippo/Di Maio non lo sa), mentre è qui il caso di ribadire che quanto verrà erogato NON è a carico del debito pubblico, NON deriva da imposte, tasse e tributi NON concorre a sfondare i parametri prestabiliti in sede di Unione Europea. Trattasi di soldi dimenticati da cittadini privati e fatti rientrare nella casse erariali e regalati allo Stato; Governo e Parlamento devono solamente decidere come spenderli in base alle finalità di una legge del 2005. Sempre nel DEF erano stati previsi ben 12 disegni di legge organici in sintonia con la legge di bilancio, uno tra questi si sarebbe dovuto intitolare “misure a favore dei soggetti coinvolti dalla crisi del sistema bancario, cosiddetto Fondo Ristoro a favore dei soggetti truffati”. Il sedicente Governo del Cambiamento, nella realtà, ha agito come un Esecutivo straccione simile a quelli precedentemente criticati, nemmeno un disegno di legge ma la solita sequela di qualche centinaio di commi e tra questi, una manata riguardano il tema in discussione.

Dov’è la novità?
Il 31 ottobre è presentato alla Camera dei Deputati il ddl “bilancio di previsione 2019” che nella prima sezione presenta un articolato includente l’art. 38 intitolato “Fondo di Ristoro per i Risparmiatori” cosi denominato come da legge 205/2017, che ripropone i due “paletti” già noti a settembre ovvero il 30% ed i 100 mila euro quale limite massimo di ristoro possibile. Il Codacons, resosi conto della iniquità e disuguaglianza provocate dall’applicare di criteri identici a situazioni differenti in termini di valore economico per il danno ingiusto subito, ha suggerito (inascoltato) di stabilire una franchigia di € 40.000,00 poi diminuita in dicembre a € 30.000,00 per coloro i quali si sono visti azzerare i loro risparmi, risarcendo gli stessi al 100 % di quanto patito ed accolto in sede giudiziale od extra-giudiziale. Il ragionamento è (era) basato su di una duplice considerazione. Da un lato, un conto è accordare un 30% a chi ha avuto un danno acclarato di 30.000,00 € ovvero riconoscergli 9.000,00 €; un conto è ristorare chi ha un lodo esecutivo di 330.000 o di più, che potrà ottenere 100.mila €. Il primo difficilmente farà altri passi per recuperare il mancante 70%, il secondo probabilmente sì. Dall’altro, essendo la base sociale dei soci delle ex-cooperative di credito più numerosa nelle fasce medio-basse che in quelle alte, se si vuole (come si è voluto) dare un po’ a tutti, l’esito perseguito sarà quello di produrre evidenti disparità verso i più svantaggiati. Si sa che 1.000,00 € incidono in modo alquanto diverso per chi ha un reddito di 15.000,00 € annui rispetto a chi ne ha 80.000,00. Inoltre, una proiezione simulata su 300 mila potenziali beneficiari (tanti potrebbero essere i ricorrenti delle 6 banche coinvolte) basata su di una casistica di dati reali ACF/2017, mostrava che oltre il 50% si trovava nella fascia di valore economico fino a 30.000,00 €. Infine, la ricaduta economica del ristoro al 100% rientrava nella capienza in essere dei fondi dormienti. In verità, qualcosa di assimilabile è rinvenibile negli emendamenti presentati in entrambe le Camere dal Partito Democratico che proponeva di ristorare al 100% chi ha redditi ISEE fino a 15.000,00 € annui ed a decrescere in percentuali inferiori dell’80% o del 60% fino alla soglia dei 35.000,00 € dichiarati nel 2017. La maggioranza governativa ha rigettato l’indicazione. La lega, che con l’On. le Bitonci aveva più volte blaterato che il 30% era da ritenersi un “acconto”, al momento di presentare i propri emendamenti (16.11.2018) non ha lasciato traccia di quanto raccontato negli incontri romani e nei media. Anzi, per come si sono svolti i lavori al Senato, l’intera vicenda è stata gestita dal gruppo dei 5 stelle che con il medesimo emendamento più volte modificato ma radicalmente diverso rispetto all’ex art 38 licenziato dalla Camera dei Deputati, ha indicato al Governo la via da seguire.

Nella rinnovellata ed ultima versione, ora votata in terza lettura alla Camera, l’inserimento più incisivo è quello di aver ripartito i risparmiatori truffati in due categorie: azionisti e obbligazionisti subordinati, ai primi spetta un indennizzo del 30% ai secondi del 95% in una percentuale superiore a quella finora prevista dell’80%. L’impianto segue la logica del curatore fallimentare, per cui in sede di ripartizione di ciò che è disponibile, prima viene ridato a chi ha prestato i propri soldi all’azienda pardon a chi ha comperato obbligazioni emesse dalla banca attualmente in liquidazione e poi, da ultimo, gli azionisti, ovvero i titolari del capitale sociale detti anche capitalisti. L’argomento meriterebbe ben altri approfondimenti, si segnala che la differenza in termini di assunzione di rischio tra azioni ed obbligazioni subordinate non è, secondo taluni esperti, così eclatante come potrebbe apparire in prima battuta ed in ogni caso un differenziale di rimborso cosi ragguardevole è poco motivato, avuto riguardo alla genesi storica degli azionisti (speculatori?) provenienti dalle ex -popolari. Se l’intento era quello di allargare la platea precisando meglio i potenziali beneficiari, temo che in sede UE qualcuno -per le ragioni dette sopra- avrà qualcosa da sottolineare, così come non passerà inosservato l’ampliamento dei richiedenti alle microimprese anche se contemplate dalla legislazione UE, ma in possesso degli stessi strumenti finanziari delle due categorie di risparmiatori/investitori azzerati, che comunque restano e sono persone fisiche non sono società mercantili. Non v’è dubbio che la legge 205/2017, a questo punto, è del tutto superata. Proprio perché la palma vada in toto a chi ha vinto, il “fondo ristoro” parola disusata ma sopravvissuta fino all’8 di dicembre, diventa nella nuova disciplina “Fondo Indennizzo Risparmiatori -F.I.R.”, più attuale. La tempistica per esaudire le richieste, prevede che entro 30 giorni data Gazzetta Ufficiale sia adottato il più volte citato decreto ivi inclusa una Commissione di Esperti, che costa 3 milioni e 600 mila euro, 900 milioni di meno rispetto ai 10 collegi arbitrali ACF previsti dal defunto art. 38 ddl 1334/2017. Se, come si afferma, la procedura è talmente semplificata ed agevolata nonché, si presume trasmissibile on -line e considerato che (per legge, sic!) gli avvocati lavoreranno a gratis per i richiedenti, cosa giustifica un costo suppletivo di alcuni milioni per 9 esperti a carico del bilancio pubblico, quando possono bastare i dirigenti ed i quadri già in servizio presso l’omonimo dicastero appositamente incentivati in base ai contratti vigenti ? Non a caso le scadenze previste e per il decreto e per le domande non sono individuate in giorni precisi del calendario ma, come la donna nel terzo atto del Rigoletto di G Verdi, sono mobili e mutevoli; dipendono dalla data di pubblicazione in G.U. Probabilmente, ogni giorno, il risparmiatore fai date andrà a leggersi non la Gazzetta dello Sport, ma (finalmente) quella Ufficiale della Repubblica Italiana. In altri termini, se tutto andrà per il verso giusto, le prime liquidazioni ai truffati avranno luogo dopo l’estate 2019 privilegiando per la tempistica dei pagamenti, le persone con dichiarazioni del reddito ISEE sotto i 35.000,00 € annui.

Come si è visto ciò che è stato approvato alla Camera è stato ampiamente disatteso e rivisto dal Senato, così come del resto è successo con il bilancio vero e proprio. Ogni volta la maggioranza governativa ha proceduto a colpi di fiducia e di maxiemendamenti, riducendo gli eletti in via diretta ovvero i veri rappresentanti della volontà popolare, deputati e senatori a soldatini ricevi ordini se della maggioranza, a comparse scomode se della minoranza. Chissà se Grillo quando disse “apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”, aveva in mente questo”. Ecco non resta che concludere con l’aria di Puccini in Madame Butterfly “un bel di vedremo”, oppure abbiamo già visto a sufficienza?

Enzo De Biasi – Team Codacons Veneto