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Giovedì alle 17.30 in Sala Bianchi a Belluno la presentazione del libro di Manuela Maggini sugli esuli bellunesi della Grande guerra

Giovedì 29 novembre alle ore 17.30 in Sala Bianchi viale Fantuzzi 11 a Belluno, si terrà la presentazione del libro “Dopo Caporetto L’esilio dei Bellunesi” di Manuela Maggini.
Interverranno Orietta Ceiner direttrice dell’Archivio Storico del Comune di Belluno e il professor Francesco Piero Franchi.
Il libro di Manuela Maggini, racconta la storia dei profughi bellunesi. Oltre 30.000 bellunesi, 5.300 della sola Città di Belluno, infatti, furono costretti a fuggire per evitare l’occupazione austrotedesca. Molti di loro, anche il prefetto e il sindaco, vennero ospitati in Toscana e soprattutto a Pistoia.

Per rendersi conto della situazione drammatica che dovette sopportare la popolazione bellunese in quegli anni, basta leggere i documenti dell’Archivio storico del Comune di Belluno disponibili anche on line, in particolare l’introduzione che parla di vessazioni, angherie e persecuzioni, requisizioni, spogliazioni e rapine per chi rimase.
Dopo il 31 ottobre 1917 allo stato civile risultano allontanati 5.291 cittadini bellunesi e ne rimasero, secondo il censimento, 3.324 in città e 16.506 nelle 36 frazioni per un totale di 19.830.
Il generale von Hordt, che prese alloggio all’Albergo Cappello, ebbe a dire: “L’Italia che volle la guerra, dovrà scontare tutte le conseguenze e perciò la popolazione, rimasta nei territori occupati, sarà trattata con rigore”!
Alla dittatura Hordt subentra il colonnello austriaco von Kantz che alloggia alla Banca Bellunese Prosdocimi & C. in accomandita, a Palazzo Cappellari oggi sede dell’Automobile Club Belluno. La situazione migliora un pochino, l’ufficiale parla discretamente italiano, fa allontanare il famigerato capitano Platzer di Feldkirchen (vicino a Villach), predone che massacrò e rubò nelle case dei bellunesi. Ma eravamo comunque in balia del Comando Superiore con sede in Prefettura. Il generale Kaltenborn, una scialba figura di vecchio, con il suo capo di stato maggiore e feroce italofobo tenente colonnello Machzecheny, e altri ufficiali della Gendarmeria, Commissione di Requisizione e Intendenza, tra cui il colonnello Kotezky, quello che voleva nutrire i bellunesi con crusca di avena, un sottoprodotto della macinazione normalmente usata per alimentare il bestiame. Tutto questo gruppo faceva vita in comune, mensa in comune e orge in comune, si legge nella introduzione del 1925 dell’Archivio storico del Comune, che raccoglie i documenti ufficiali dell’epoca.Ebbene, il colonnello von Kantz pur essendo un uomo duro, un militare, però dai sentimenti umani e distaccato dal gruppetto della Prefettura. E comunque il dato certo è che a fronte di oltre 5mila capi bovini esistenti nel novembre del 1917 rimangono solo 800 vacche a fine del 1918. Provvedimenti per i poveri? Nessuno! Opere, strade, servizi pubblici? Nessuno! Provvedimenti per orfani, vedove, famiglie dei richiamati? Nessuno! Scuole, insegnanti? Nulla! Insomma, una città spogliata e affamata, un incubo che terminò solo il I° novembre 1918 con l’ingresso in città del capitano degli arditi della Brigatra Aquila, Arturo Ferrara, alla testa di un manipolo di valorosi. La Prima guerra mondiale era terminata e con essa caddero gli imperi centrali.

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