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Ancora una volta si parla di maltempo o calamità naturale anziché dell’effetto dei cambiamenti climatici in corso

Non lascia tregua il brutto tempo, che continuerà anche martedì 6 novembre. In ginocchio è il Nord Est del nostro territorio, in particolare il Bellunese, mettendo in difficoltà lo sforzo che fa la popolazione per riprendersi. La stampa e le televisioni hanno raccontano e raccontano quello che sta succedendo, un disastro ambientale. Le precipitazioni sono superiori a quelli registrati nella grande alluvione del 1966.

Il vento ha sfiorato anche i 200km/h. Un vento distruttivo paragonabile come violenza ad un uragano forza 4. Sono crollati o sono inagibili ponti e strade, sono scoperchiati moltissimi tetti di case, scuole, piccole aziende. Si stima che i danni ammontino ad un miliardo di euro. Intanto continua a piovere e il terreno già impregnato d’acqua non resiste più. Sono ventisette le strade interrotte nella nostra provincia. Una frana di terra e fango ha bloccato la strada regionale 203 che collega Cencenighe con Agordo. I paesi di Rocca Pietore, Colle Santa Lucia e Selva di Cadore sono ancora in parte isolati. Probabilmente la ferita più profonda nell’anima del popolo bellunese sono i boschi rasi al suolo: intere foreste di abeti secolari, componenti fondamentali del paesaggio, della vita e dell’economia del territorio sono stati distrutti per sempre. I boschi, patrimonio comune, non sono solo legati alla sfera dei nostri ricordi affettivi ma rappresentano la prima difesa idrogeologica, la prima barriera contro le valanghe e gli smottamenti.

Di fronte a tutto questi vanno prese in considerazioni le parole di Riccardo Carraro, pubblicate da DinamoPress e riprese da Ancora Fischia il Vento:

“Ancora una volta si parla di “maltempo” o “calamità naturale” anziché di prodotto consequenziale dei cambiamenti climatici in corso.

Ancora una volta la notizia è in primo piano, ma al secondo giorno passerà inesorabilmente nelle pagine interne o nella cronaca regionale.

Ancora una volta non bastano fatti così drammatici a farci pensare che dobbiamo cambiare radicalmente la nostra modalità di produzione e di consumo, che dobbiamo fermare l’economia capitalistica perché, se non lo facciamo, renderemo questo pianeta inospitale, perché il riscaldamento globale sta procedendo a passi incessanti e non ci rimane molto tempo per provare a cambiare rotta.

Mi domando allora quando lo capiremo e quando verrà fatto qualcosa. Spero non sia già troppo tardi quando accadrà. Intanto, oggi, abbiamo perso un pezzo grande delle foreste dolomitiche della provincia di Belluno.”

Francesco Cecchini