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giovedì, Ottobre 1, 2020
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Distillazione globale: l’inquinamento intrappolato in alta quota

In pianura siamo sotto zero anche di giorno, almeno qui al nord-est. In montagna invece – mi dicono gli amici che vivono lì – sono sopra zero con punte sui +5/+6. Vien voglia di prender l’auto, raggiungerli e poi prendersi pure un po’ di sole. Qui invece conviene entrare in letargo, starsene al calduccio dentro casa e non uscire, se non per ovvie esigenze (più spesso lavorative). Mi distraggo con le solite letture, quando mi squilla il cellulare e un’amica mi chiede di incontrarla per un caffè. Lei è un’ambientalista convinta: mi vuole persuadere a diventarlo. Ecco, non che io non sia d’accordo con lei, ma è un po’ fanatica e integralista. Oggi mi ha parlato per un paio d’ore (un caffè lunghissimo!) dell’inquinamento in montagna. Che delusione per me che amo le vette verdi o imbiancate che siano, primaverili o autunnali, e che sono convinta che andarmene in cima ogni tanto mi faccia guadagnare non dico qualche anno di vita, ma un po’ di aria sana per i polmoni e un po’ di buona salute, questo sì. Eppure mi ripete che le cime non sono più immacolate come si crede: uno studio dell’Unione europea ha scoperto che i laghetti azzurri della Alpi, quelle irraggiungibili oasi cristalline sopra i 2500 metri, sono più inquinati dell’idroscalo di Milano.

Con precisione quasi spietata mi ricorda che contengono 1000 (mille) volte più Ddt dei laghi al livello del mare.
Ma come può succedere? Le chiedo e lei riattacca, chiarendomi che le Alpi, maestose e all’apparenza inviolabili, agiscono come dei “magneti” nei confronti delle sostanze inquinanti presenti nell’atmosfera. Il meccanismo, spiegano gli scienziati, è semplice: le permanenti temperature sotto lo zero a livello delle cime alpine fanno “concentrare” il Ddt evaporato sopra l’India e l’Africa (che ancora fanno uso del vecchio antiparassitario bandito in Occidente 15 anni fa) che poi precipita sulle montagne per un fenomeno chiamato “distillazione globale”. “Il Ddt circola intorno alla Terra dove c’è caldo, ma resta intrappolato dove fa freddo. La fermo: non voglio più sentire nulla! Esclamo con stizza e delusione. E poi l’aria di montagna fa bene, lo dicono tutti. I cinesi ne hanno fatto un business e la vendono in bottiglia.
La mia amica ribatte con cifre e numeri. Mi suggerisce dei libri e dei siti dove informarmi. Mi prospetta un futuro pessimo per le mie amate montagne: avrei una ragione in più per interrompere la nostra conversazione che oramai sembra a senso unico, salutarla ed andarmene. Ma resisto e quasi a farmi del male la ascolto mentre continua dicendomi che l’inquinamento delle zone dolomitiche è davvero in costante aumento: basti pensare che le Alpi sono abitate da 14 milioni di persone e visitate ogni anno da oltre 120 milioni di turisti da ogni parte del mondo. Si è costruito all’inverosimile, cancellando moltissimi spazi verdi e attirando sempre più turisti, ma la rete viaria è rimasta quasi sempre quella di un tempo. Allora forse bisognerebbe contingentare l’afflusso di veicoli in montagna?
No – mi dice – forse basterebbe organizzare una viabilità di valle in base agli afflussi, costruire circonvallazioni che bypassino i centri urbani oppure introdurre un sistema di trasporto pubblico efficace, capillare, ecologico e, se possibile, gratuito; non si può pretendere che il turista medio utilizzi l’autobus quando ci sono tre corse al giorno scarse.
Riflettendo su quanto mi dice, corro con lo sguardo alla finestra: è scesa la solita nebbia serale. Suggerisco alla mia amica di andare. Mentre torno, penso al candore delle nevi montane lontane anni luce dall’umida tenebra della pianura: non riesco a capacitarmi che l’aria di montagna sia inquinata. Rimugino questo pensiero fino a tarda sera, poi mi rassegno: se anche fosse, io il prossimo we ci torno, ma prenderò il bus…ecologico.

Bruna Mozzi

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