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53mo anniversario del Vajont. Roberto Padrin, sindaco di Longarone: “La memoria non può essere e non deve essere mai rimossa”

Roberto Padrin, sindaco di Longarone
Roberto Padrin, sindaco di Longarone

“53 anni ci separano dalla notte del 9 ottobre 1963, ma è ancora vivo in tutti noi il ricordo della tragedia che ha distrutto i nostri paesi e ci ha privato della presenza di 1.910 persone”.

Lo ha detto Roberto Padrin, sindaco di Longarone, nel discorso di commemorazione per il 53mo anniversario della tragedia, rivolgendosi ai superstiti, ai sopravvissuti, ai suoi concittadini, alle autorità civili, militari e religiose, e ai  neo sindaci dei Comuni del versante pordenonese di Erto e Casso e Vajont, Antonio Carrara e Lavinia Corona e Paolo Vendramini sindaco di Ponte Nelle Alpi.

“Vittime innocenti.  – ha proseguito Padrin – E’ molto bello, seppur con malinconia e pregnati da un dolore non ancora del tutto elaborato, trovarsi in questo luogo a ricordare con semplicità e partecipazione le persone strappate alla vita in un modo tanto ingiusto e violento.

In questo luogo, per offrire un’intensa vicinanza a quanti di più hanno sofferto e soffrono ancora nel ricordo dei loro cari e dei loro amici, volati in cielo, per un ideale abbraccio comune con i superstiti e i sopravvissuti, che mai saranno soli nel dolore.

Un dolore che si è rinnovato alcune settimane fa nel Centro Italia. Sono stato personalmente a visitare le comunità di Amatrice, Arquata e Pescara del Tronto, Accumoli. Comunità devastate dal terremoto che ha distrutto case, aziende, scuole, provocando morte e distruzione. Negli sguardi delle persone sopravvissute ho colto la dignità che anche le nostre comunità hanno sempre, rigorosamente, mantenuto. Persone che non potranno tornare nelle loro case e che dobbiamo tentare di aiutare, come altri per noi si mossero nel 1963.

E proprio la solidarietà che ha animato quanti accorsero qui all’indomani del disastro del Vajont, a prestare soccorso e a contribuire alla nostra rinascita, l’ho potuta ancora una volta vedere in quelle terre. Migliaia di volontari e privati cittadini prodigarsi per portare conforto e aiuto. Questi sono valori che l’Italia, il nostro Paese, ha saputo esprimere nelle tragedie più tremende subite nella sua storia. Un merito, un valore, dei quali nessuno potrà privarla, da alimentare e coltivare perennemente.

Anche noi, attraverso i nostri concittadini e la generosità di tante persone stiamo facendo la nostra parte cercando di restituire qualcosa di quanto abbiamo ricevuto. Vedo, qui oggi, alpini, vigili del fuoco, forestali, carabinieri, finanzieri, agenti di polizia, ferrovieri del genio, genieri, che nonostante siano passati tanti anni non riescono a mancare alla ricorrenza del disastro del Vajont. Una storia che li ha marcati nell’animo, segnati “dentro”. Un pezzo del loro cuore è rimasto a Longarone, a Erto, Casso, Castellavazzo e in tutti i paesi colpiti.

Ma se da un lato la solidarietà è uno dei valori più grandi che ci ha trasmesso il Vajont, dall’altro non possiamo, ancora una volta, rimarcare quanto poco sia stato raccolto, dalla sua lezione in materia di prevenzione e sicurezza ambientale.

Guardare la scuola di Amatrice semidistrutta, nonostante sia stata da poco oggetto di un intervento di riqualificazione sismica, ci deve far riflettere, non per colpevolizzare alcuno, ma perchè è dovere di tutti i livelli istituzionali fare in modo di intervenire prima che accadano simili tragedie. Sarà ormai diventato anche solo uno slogan, ma è evidente che “prevenire sia meglio che curare”.

E’ atroce dover piangere morti perchè non si è fatta prevenzione. Ci assale un senso di inquietante impotenza. Il messaggio del Vajont deve essere riportato e amplificato. Non mi riferisco unicamente a fatti imprevedibili verso i quali non possiamo fare niente, ma è evidente che in situazioni di chiare criticità, di fragilità e di latenti pericoli o “azzardi”, sia un delitto non intervenire prima che possano accadere eventi irreparabili.

E’ un concetto che esprimo spesso, è successo anche un anno fa da questo leggio, e lo ripeto: poniamo attenzione verso la sicurezza dei territori che viviamo, affinché non ci si debba trovare a subire altri dolori, per superficialità o omissioni. Periodicamente accadono con sempre maggior frequenza catastrofi che si potevano evitare. Per cause diverse dal Vajont, ma segnate, troppo spesso, da superficialità e poco rispetto della natura. Non sono più sufficienti le parole che ci lasciano inermi spettatori di sciagure che tolgono i figli ai propri genitori, genitori ai propri figli.

Quest’anno ricorre anche il 50° anniversario di un’altra tragedia che ha colpito violentemente il nostro Paese. L’alluvione del 1966. Anche Longarone fu colpita pesantemente, quando l’equilibrio idraulico saltò, provocando terrore e distruzione. Un ricordo indelebile che ha segnato, drammaticamente, anche quella storia, per Longarone. Nel corso della notte del 4 novembre 1966, mentre si recava a portare soccorso ad una persona malata, l’auto del nostro medico condotto, accompagnato da un amico di Castellavazzo, precipitò nel torrente Maè. Egli perse la vita. Si chiamava Gianfranco Trevisan. A Longarone è ricordato come “l’indimenticabile dott. Trevisan”. Lo abbiamo ricordato ieri sera in occasione del conferimento del Premio Longarone, insieme al prof. Agostino Sacchet, al dott. Antonino Vicari Sottosanti che prese il posto proprio del dott. Trevisan.

Anche quell’alluvione, che portò all’istituzione di una commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica, nota come “Commissione De Marchi”, che condusse attività di ricerca, di studio e progettazione, come al solito, poi trovò scarsa applicazione. E’ quasi sempre così … lo dico con profonda amarezza, purtroppo.

Ma il Vajont ci ha insegnato anche che il futuro per le nostre comunità, non potrà mai più prescindere dalla nostra storia e da quello che accadde la notte del 9 ottobre 1963. Deve, invece, guardare avanti, al domani, ed essere lezione e monito per la collettività intera.

Anche per questo vi annuncio che abbiamo presentato, nello scorso mese di maggio, la candidatura del “Fondo processuale del Vajont” per la registrazione documentale entro l’International Memory of the Register dell’UNESCO. La candidatura del “Vajont memoria del mondo”, attraverso una collaborazione tra gli Archivi di Stato de L’Aquila e Belluno, la nostra Fondazione Vajont, e l’Associazione Tina Merlin, coordinata con passione e competenza dall’arch. Irma Visalli, si pone come un ulteriore tassello affinchè il messaggio del Vajont possa veramente diventare un monito universale, dove elevare i valori che esprime intrinsecamente. Il prossimo anno, dalla commissione di Parigi, avremo il verdetto e mi auguro, il 9 ottobre 2017, di poter annunciare l’ottenimento di questo importante riconoscimento, da tutelare a perenne memoria per il mondo intero.

Ora senza retorica, posso dire che, sì, sono passati 53 anni, ma il 9 ottobre resta per sempre la Giornata della memoria, la giornata del lutto, la giornata della riflessione.

Le commemorazioni di quest’anno sono state segnate anche dalla bella cerimonia del 25° anniversario del Gemellaggio tra Longarone e Urussanga che abbiamo vissuto giovedì scorso. Un gemellaggio nato nel 1991 per merito del nostro sindaco prof. Gioachino Bratti, che ringrazio sempre per quanto mi è ancora vicino ed è punto di riferimento della nostra comunità, poi coltivato dal mio predecessore dott. Pierluigi De Cesero. Un gemellaggio che dobbiamo continuare ad alimentare, perchè in Brasile vivono persone profondamente legate alla nostra terra, simbolo di un’emigrazione che ci lega indissolubilmente. L’anno prossimo, quando ricambieremo la visita, porteremo anche un gruppo di nostri giovani perchè possano conoscere da vicino questa parte di mondo a noi così tanto legata.

Desidero, infine, nel chiudere questo intervento, ringraziare tutti i presenti, gli amici arrivati da Bagni di Lucca, altra città a noi gemellata, Caerano San Marco, Tesero, Fossalta di Piave, paesi con i quali abbiamo stretto dei Patti di amicizia, ma anche coloro che non hanno potuto esserci perché impossibilitati, abbracciandoli a nome di tutti noi, che oggi siamo qui a vivere questa commemorazione.

Nel prossimo fine settimana avremo la visita di una delegazione, composta da amministratori locali e cittadini del Comune di Lettomanopello. Un Comune posto sugli Appennini, in provincia di Pescara, dal quale provenivano i minatori impegnati nei lavori sulla Diga del Vajont. Da dove arrivarono 60 anni fa quelli che sono, poi, stati definiti, gli “acrobati delle dighe”. I figli di quelle maestranze tornano qui dopo quasi sessant’anni. Questo è un aspetto che, personalmente, mi emoziona molto, perchè significa che la memoria del Vajont può essere elaborata, ma mai rimossa.

Questo concetto, mi permette di andare ora alla conclusione di questo intervento chiudendo sull’attualità. Oggi, questa, è rappresentata dal toccante punto interrogativo: cosa fare delle lapidi rimosse in occasione della riqualificazione del cimitero che raccoglie le vittime del Vajont.
E’ questa una domanda che mi sto ponendo da anni, ormai. Ascolto le opinioni dei superstiti, dei sopravvissuti. Ascolto la mia sensibilità.
Mi rendo conto delle oggettive difficoltà per dare una sistemazione e renderle elemento di memoria. Nei giorni scorsi quelle due pagine del Corriere delle Alpi, scritte da Francesco Dal Mas sull’argomento, mi hanno fatto meditare ancora su questo punto. Mi sono convinto che queste lapidi, questi cippi, anche semplici, costituiscano una parte della memoria da coltivare. Mi sono convinto, infatti, che tutto quanto ha segnato la tragedia, prima e dopo, così come tutte le attività che sono state incanalate entro percorsi di ricordo non possano cadere nell’oblio. Dobbiamo, invece, conservare perchè le comunità future possano capire quanto è accaduto col Vajont.

Per questo oggi dichiaro qui il mio impegno a intraprendere un percorso di conservazione e di tutela di questi cippi. Un percorso da fare attraverso il coinvolgimento di tutte le componenti della nostra amministrazione comunale, dei sopravvissuti e dei superstiti, alla ricerca di una soluzione condivisa. In queste ultime ore, vi assicuro, la mia mente sollecitata su questo argomento ha sviluppato delle idee che mi appaiono perseguibili. Tra un anno, ancora in questo luogo, vorrei poter annunciare il progetto di conservazione perenne e totale delle lapidi rimosse.

E’ un impegno e un obiettivo che anche il mio “dentro” mi impone.

Perchè sempre più convinto che anche cancellare, seppur piccoli, pezzi di memoria rappresenti, ancora, una superficialità e una mancanza di attenzione verso quanti la possono coltivare fruttuosamente.

Come poco fa sostenevo, ora, ancor più convintamente, posso affermare che il dolore può essere anche elaborato, ma la memoria non può essere e non deve essere mai rimossa”!

 

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