13.9 C
Belluno
giovedì, Aprile 22, 2021
Home Arte, Cultura, Spettacoli Appuntamenti "Come la luce differita delle stelle". Un film sulla memoria del Vajont...

“Come la luce differita delle stelle”. Un film sulla memoria del Vajont sabato sera a Ponte nelle Alpi

Biblioteca di Ponte nelle Alpi
Biblioteca di Ponte nelle Alpi

Sabato 8 ottobre con inizio alle ore 20.45 alla Biblioteca comunale di Ponte nelle Alpi, va in scena “Come la luce differita delle stelle”.

Un film sulla memoria del Vajont tra Erto, Casso e Spoon River 1963-2013
Da un soggetto di Marco Tonon. Un film di Manuele Cecconello.
Con la partecipazione della compagnia teatrale Se Queris dell’Alpago (BL).
Fotografia di Manuele Cecconello e Pier Paolo Giarolo.
Assistenza tecnica di Andrea Trivero.

Ingresso libero

Come la luce differita delle stelle” è una riflessione poetica per suoni e immagini sulla memoria necessaria del Vajont. Nel film il tempo ha il corpo delle pietre, del terriccio, delle concrezioni terrose che la frana ha creato e degli spazi semidesertici che l’uomo non vuole più abitare. E i suoni dell’aria, della ghiaia, dell’acqua ora cheta si alterneranno alle interpretazioni di alcuni brani tratti dall’Antologia di Spoon River da parte della compagnia “Se Queris” dell’Alpago. Al termine della proiezione vi sarà una breve performance teatrale dei “Se Queris” che metteranno in scena un estratto del loro spettacolo su Spoon River, una riflessione sui grandi temi esistenziali dell’uomo moderno: la vita, la morte, l’amore, la gioia, il dolore, l’ipocrisia. (La regia de “Il canto del fiume Spoon” è di Claudio Michelazzi).

 

La notte del 9 ottobre 1963 il cielo era terso e si vedevano le stelle. Capricorno, Acquario e Sagittario le costellazioni.
Saturno brillava. La luce di quei corpi celesti raggiungeva gli occhi degli abitanti di Erto e Casso, Longarone
e altre decine di insediamenti dopo un viaggio di secoli, millenni.
Oggi, come la luce differita delle stelle, gli occhi dei defunti del Vajont impressi sulle fotografie di sepolcri e cenotafi
ci guardano ancora dopo cinquant’anni, in cerca di memoria e verità.
La valle del Vajont oggi è bianca e verde chiaro, riempita dalla frana staccatasi dal monte Toc alle 21.39 di
quella notte. L’acqua dell’invaso costruito per dare energia alle industrie di Porto Marghera si sollevò, polverizzò
terre, case sparse e uomini, scavalcò la diga e si incuneò nella forra a valle per abbattersi su Longarone,
cancellandolo dal mondo.
Il paesaggio di quella periferia d’Italia in pieno boom economico – ma ancora contadina nell’anima – cambiò
per sempre. E con esso cambiò la Storia del Paese, marchiata dal più grande sacrificio umano alla modernità
dal Dopoguerra. Ferita quella Terra, feriti quegli Uomini e fattasi la Catastrofe, ai sopravvissuti, a noi – eredi
morali abitanti del presente – rimane il dovere della memoria, la missione di salvare quel Tempo dalle altre
fragili tentazioni del progresso.
Un film sulla memoria del Vajont nasce dal lungo lavoro storico e antropologico di Marco Tonon intorno a quel
luogo e a quegli eventi. L’incontro con Manuele Cecconello – regista di formazione sperimentale orientato alla
poetica della memoria – ha scaturito la possibilità di una scommessa: dare corpo al tempo passato della tragedia
lavorando con suoni e immagini su quel terreno fratturato, dentro alle case sventrate, negli occhi delle
vittime rendendoli presenti.
L’idea del film prende avvio dalla cerimonia notturna che gli sfollati di Erto e Casso – i deportati del Vajont –
insieme ai parenti dei defunti celebrano la notte del 9 ottobre di ogni anno. Nelle frazioni limitrofe, lungo le aree
di sedime delle case distrutte dall’onda, vengono accesi lumini, uno per ciascuno degli scomparsi. Viene
lasciata una luce – anche una lampadina – accesa nelle case “perché i morti escono dal cimitero e tornano a
casa”. Portate in processione o semplicemente poggiate sui davanzali delle finestre vuote, sugli stipiti di porte
mai chiuse, queste piccole stelle incarnano nel loro baluginare il ritorno di un simbolo e la necessità di ancorare
nel tempo un punto luminoso, un istante. Delle oltre 220 persone svanite quella notte tra Erto e Casso, solo
16 corpi furono ritrovati. Per tutti gli altri la grande frana è un immenso cimitero, un sacrario silenzioso il cui dolore
è inciso per sempre nella gigantesca ferita rocciosa del monte Toc. Mostrate le carni, il corpo del monte
abbattutosi nell’invaso ha trasformato in terra uomini e cose, famiglie e storie, saperi e mestieri.
Scrive Tonon: “… il sacro si appoggia dove si può, dovunque si possa strappare memoria al silenzio e si accende
il fuoco, una fiamma anche se piccola che è il rovesciamento, l’antitesi della morte, esprime la rivolta,
canta la sopravvivenza; il fuoco che distrugge spanne di buio, il fuoco degli altari dei sacrifici, del sentirsi in
compagnia ancorati dentro la natura non dentro la terra, prima di tornare finalmente – oltre al lutto resta solo la
fine – alla terra madre”. Il viaggiatore che percorre la strada aperta sulla frana deve sapere di camminare su
un corpo non morto, su di un suolo-madre che partorisce ogni giorno memoria e chiede giustizia.
Le immagini si concentrano sui luoghi occupati fino a quella notte da case, stalle e fienili. L’ondata rase al suolo
quelle costruzioni di cui oggi rimangono le tracce in pianta: la marmiglia dell’ingresso, le tessere in cotto del-
la cucina, gli esagoni giallo e rosso scuro del soggiorno e le piastrelle chiare dei bagni. Dove ora spunta un
tubo marrone di ruggine, prima c’era un lavello; dove ora c’è erba quella sera c’era un letto e delle persone
che vi dormivano dentro.
E, poco prima della boscaglia, compare uno dei tanti cenotafi: i sepolcri senza salma, le pietose testimonianze
del lavoro della memoria e dell’amore interrotto contro natura. Un altare umile, fatto di materiali di recupero: i
fiori, i lumini, le fotografie in ceramica di un gruppo famigliare svanito nell’oscurità infuriata di quella notte.
“Qui non c’è la frana, ma l’eco sinistro della tragedia si è cristallizzato su questi pavimenti, su questi lumini, su
queste immagini di cimitero”, scrive ancora Tonon.
Nel film il tempo ha il corpo delle pietre, del terriccio, delle concrezioni terrose che la frana ha creato e degli
spazi semidesertici che l’uomo non vuole più abitare. Si vedono quelle rocce, quelle orbite vuote di case dismesse,
quei lembi d’acqua riconfinata dalla forza d’urto. Ed i suoni dell’aria, della ghiaia, dell’acqua ora cheta
si alterneranno alle interpretazioni di alcuni brani tratti dall’Antologia di Spoon River da parte della compagnia
Se Queris dell’Alpago. Gli epitaffi fantastici di E. Lee Masters risuoneranno tra le mura del cimitero di Erto nuova,
mirabile esempio di architettura funebre progettato da Glauco Gresleri, ma mai utilizzato dalla popolazione
che preferì sempre il vecchio cimitero. Uno spazio naturale che segue il pendio del monte dove i muretti delineano
terrazzi quasi fossero curve di livello. Uno spazio che si allinea al paese vecchio cui uno Stato padrone
vietò l’ingresso. Uno spazio di pace opposto al paese nuovo che si sviluppa in verticale. Un cimitero in cui le
tombe orientate al sorgere del sole avevano al capezzale una piccola siepe per interrompere la vista e ad ovest
sedili di pietra per pensare. Come la diga, il cimitero è un capolavoro inutilizzato, “sbagliato”, ed è auspicabile
che resti sempre tale senza riusi, senza orpelli e senza interpretazioni altre. Un giardino per darsi il
tempo di pensare, per ritrovare la pace.
La voce di quel posto è anche il silenzioso, paradossale monito della diga: moloch impressionante, mostruoso
capolavoro di tecnica e al contempo possente muro contro l’umanità. Le immagini della monumentale avidità
della diga evocheranno questo estremo tecnologico in contrapposizione al genius loci, in violazione al patto di
interazione tra luogo e identità.
“Come la luce differita delle stelle” vuole porsi come una riflessione poetica per suoni e immagini sulla memoria
necessaria del Vajont. Uno film di spirito documentaristico che abbia tuttavia una libertà espressiva della
intonata alla trenodia, polarizzata dalla vibrazione morale. E questo per schiudere il ricordo della catastrofe
senza privarla del pathos presente: un film-evocazione per fare della memoria un fatto attivo nella coscienza;
una preghiera laica per immagini.
Perché questa catastrofe (da katastrophè – “rivolgimento”, “riuscita”, “fine”) “è di tutti, smette, condivisa, di essere
peculiare proprietà riservata dei parenti in lutto anche perché è così immane e ingiustificata tragedia che
non può essere superata se resta chiusa nel geloso e intimo segreto, se non si torna ad essere comunità.
Perché quei singoli eroi del ritorno non sono tali se non si fanno riconoscere, se non tramandano e condividono
memoria, se non elaborano dentro la società che li ha amputati la stessa intera esperienza”. (M. Tonon).
“A Erto e Casso, dopo la tragedia, han costruito un cimitero. Un cimitero per i morti, e per i vivi.
Glauco Gresleri ne fu il progettista. E fece un capolavoro di architettura.
Ma la comunità non ci ha mai seppellito nessuno, lì. Ha rifiutato quel posto.
Oggi la valle è fatta di quello che ha distrutto. Uomini, case, cose. Tutte storie a cui manca un racconto.
In questo cimitero privo di tombe, facciamo una recita senza pubblico e andiamo a chiamare i morti di Spoon
River.
Quando Edgar Lee Masters si inventò quelle vite, diede loro una storia.
Oggi la Storia ha bisogno dei morti del Vajont”.
(Cartello introduttivo al film)

Share
- Advertisment -

Popolari

25 aprile, anniversario della Liberazione. La cerimonia si svolgerà on line senza pubblico

Domenica 25 aprile ricorre il 76° anniversario della Liberazione. Anche quest'anno, alla luce delle disposizioni normative collegate all'emergenza epidemiologica da Covid-19, la cerimonia si...

Bando Habitat di Fondazione Cariverona. Il Comune di Belluno cerca associazioni partner

In occasione della Giornata mondiale della terra, il Comune di Belluno pubblica l'avviso pubblico per ricercare nuove associazioni che affianchino le realtà già impegnate...

Concorso Destinazione Europea di Eccellenza 2022. L’UE rinnova il concorso EDEN per premiare le città pioniere del turismo sostenibile

Bruxelles, 22 aprile 2021 - Oggi la Commissione Europea ha lanciato il concorso Destinazione Europea di Eccellenza (EDEN) 2022. Questa iniziativa premia i migliori...

Vespa festeggia i suoi 75 anni e supera il traguardo dei 19 milioni di esemplari prodotti

Pontedera, 22 aprile 2021 - Vespa festeggia 75 anni e raggiunge lo straordinario traguardo dei 19 milioni di esemplari prodotti a partire dalla primavera...
Share