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mercoledì, Aprile 14, 2021
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La storia di Tonin entra a far parte della letteratura di montagna

“Un frammento di paese aggrappato alla montagna e una piccola umanità avvinta alla natura, ai suoi riti millenari con le stagioni che scandiscono la vita di una gente a cui arrivano da lontano gli echi di una Storia che, dopo la guerra, sta riprendendo il suo cammino nella speranza del cambiamento. Al centro un ragazzo alla Mark Twain, una madre ossessionata dalle buone maniere, un padre emigrante da sostituire, intorno gli amici di borgata, scavati nei volti antichi di uomini e di donne di un mondo scomparso, al quale tributare tuttavia un’ultima carezza della memoria incastonata in un tempo di semplici gioie e reticenti sofferenze. Una storia di sentimenti ruvidi e forti raccontati in una scrittura la cui gergalità paesana si scioglie nella proprietà di una prosa limpida e vigorosa, per la qualità del racconto e di uno stile che ad esso regala un particolare risalto espressivo.”

premio cortinaNo, non ho cambiato il mio stile, né tantomeno sono improvvisamente impazzita e giuro che non ho esagerato col rosso l’altra sera a cena dai miei cari amici bellunesi. Sono, quelle qui sopra, le parole con cui la Giuria del Premio Cortina 2016 ha motivato l’inserimento del volume “Paesi Alti” (Biblioteca dell’Immagine, 2015) di Antonio G. Bortoluzzi, nella terzina finalista.

“Ma ha poi vinto il Premio, l’autore in questione?” provoca il marito della mia amica G*, sempre in vena di essere bastian contrario. “No non l’ha vinto… ma merita eccome leggere di Tonin e delle sue vicende – ribatto io – storie che durano il periodo di una gestazione: nove mesi, da febbraio a novembre. Povero ragazzo: mesi senza il padre che è migrato in Svizzera a fare il muratore. Non l’hai ancora letto? – soggiungo con una punta di ironia – eppure è un libro interessante e coinvolgente… non può mancare nella biblioteca, specie di chi ama la montagna!!”

Un libro che descrive il microcosmo delle origini, in cui l’autore si concentra oltre che sulla storia di quelle terre, sul mondo degli uomini. E lo fa con una sensibilità che conferma le sue grandi doti di narratore e una grande capacità di lettura delle vicende umane. E poi è il terzo capitolo di una saga (che purtroppo non ho ancora avuto la gioia di leggere) iniziata con Cronache dalla valle e proseguita con Vita e morte della montagna.

Tonin è un ragazzino, vive nel borgo montano chiamato Rive; figlio unico di Teresa e Giovanni, affronta il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta nel 1955. Sta tra le montagne bellunesi in cui non è ancora arrivato il boom economico che invece ha già coinvolto le città di pianura. Qua nelle vallate, la vita scorre come sempre: la terra da coltivare, gli animali da accudire, quasi il paese fosse immobile. Tonin vive in realtà in una frazione di Rive, ancora più a monte e dunque ripida, senza nemmeno lo spazio pianeggiante per un campo di bocce.

Il romanzo non è solo paesaggio e avventura iniziatica: c’è spazio anche per i sentimenti forti come quelli del primo innamoramento, dei primi palpiti che Tonin sente per Emi, la figlia del padrone dell’emporio che sta a valle, una bella ragazza dagli grandi occhi luminosi e dal sorriso incantevole. A dissipare i sogni del ragazzo i problemi di salute della madre, da tempo malata. Tonin deve crescere, troppo presto e troppo in fretta: per fortuna non gli mancano i valori solidi della comunità, qui fattisi amicizia di coetanei e amore di padre.

Passo la mia copia alla mia amica per mostrarle la dedica che mi ha fatto l’autore e lei la dà al marito, sperando che si convinca a leggerlo. Lui lo sfoglia e si ferma a fare qualche commento. Una soddisfazione per G* che insegna lettere e che vorrebbe condividere qualche buona lettura col marito. Lui invece appena ha un po’ di tempo libero preferisce arrampicarsi sulle cime o camminare in solitaria.

A fine cena però siamo riuscite a strappargli la promessa: si è convinto a leggerlo e promette che il giorno dopo, nel w-e lo inizierà.

Un lettore in più, specie se “debole” è un valore aggiunto: chissà cosa ne pensa l’autore?

Bruna Mozzi

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