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mercoledì, Marzo 3, 2021
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La leggenda delle Dolomiti

alba tofana dolomitiStavolta vorrei raccontare la montagna osservandola da qui, dalla Bassa che oggi è coperta da una nuvolaglia grigia, forse a promettere pioggia. Un’osservazione naturalmente non diretta (per vedere le prime montagne più o meno da vicino è necessario passare per un’altra provincia e poi salire su su verso le meravigliose vette del Bellunese). La racconto, anzi la leggo alla figlia piccolina di una mia cara amica, traendola da un libro di storie, di favole e leggende – di fole – come si diceva una volta. Io la sentii da un amico di mio padre, questa parola, per la prima volta e mi piacque da subito.
La mia cara amica D* mi ha chiesto di tenerle la figlia perché lei ha una serata speciale: festeggia i dieci anni di vita assieme al suo compagno L*, un ex rocciatore che ora ha lasciato le cime e le ferrate per l’ufficio e il PC. Ma la sua casa è piena di volumi sulla montagna e quello che mi ha attirato e che sto leggendo ha una copertina con una bella foto dove si stagliano le nostre amate vette bellunesi.
Tre, due, uno…comincio!
Di mezzo, in questa storia, ci stanno addirittura il buon Dio, i sette giorni della Creazione (a volerci credere!) e una sana idea di bellezza che pare lo abbia ispirato e gli abbia “guidato la mano”. Le creò, le Dolomiti dico, con una roccia magica e le dispose in modo che verso ovest, al crepuscolo, venissero colpite dagli ultimi raggi del sole e si colorassero di riflessi rosa. Una visione meravigliosa fu quella che ne risultò, un incanto per gli occhi, pari forse a quello che creò quando volle che pure la luna colorasse l’atmosfera d’argento.
La bimba che mi ascolta vorrebbe vedere le immagini e cerca di togliermi il libro dalle ginocchia; ma resta delusa. Foto ce ne sono, ma senza gli eroi che lei cerca, quelli della tv o del grande schermo: ci sono solo tanti caratteri in fila che lei ancora non sa decifrare.
Riprendo non appena mi ridà il libro e attacco con la voce più dolce che so fare.
Il signore lavorò senza sosta per un’intera giornata: fece la punta alle cime di queste montagne, ne delineò le vette piene di guglie e creste e decise di chiamarle Dolomiti.
Solo a tarda sera volle riposarsi: ma non trovava nemmeno una cima un po’ più arrotondata per sedervisi o appoggiarvisi. Di sedie poi… nemmeno l’ombra. Fu così che con l’ultima dolomia che gli era rimasta decise di erigere un’altra montagna e la creò proprio a forma di scranno. Il buon Dio era ancora nei paraggi delle Dolomiti di Zoldo e creò quella cima originale che è il Monte Pelmo, 3.168 metri di altezza tra il passo Staulanza ad est a separare la val di Zoldo e la Val Fiorentina dalla valle del Boite.
Il sonno sta arrivando anche per la piccola, ma ora son io che voglio andare alla fine della storia e mi accordo che riattdolomiti-di-olga-donati-290x190acco a leggere a mezza voce, forse per non svegliarla, forse perché così mi concentro meglio sulla storia.
Il Signore vi si sedette e tirò un sospiro di sollievo: ho fatto proprio una bella montagna! disse ad alta voce. “…agna, agna, agna!!”: rispose l’eco delle vallate. Gli parve il suono dolce di una ninnananna e fu più facile per lui addormentarsi. La notte splendeva di luna (quella l’aveva già creata per prima assieme al sole), ma al suo risveglio, per un momento, fu tentato di fare la punta alla montagna su cui si era seduto. Ma poi ci ripensò e decise che, in fondo, era bellissima anche così. Il Signore dopo le splendide forme dell’Antelao, delle Marmarole, del Sorapiss, del Cristallo, delle Tofane e delle altre vette del Cadore, lasciò questa montagna a forma di sedia: motivo per cui oggi chi la conosce e la ama, la chiama nella lingua locale “el Caregòn del Padreterno”.

Bruna Mozzi

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