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Ora la concorrenza si vince sulla reputazione. Inchieste giornalistiche mirate per screditare i grandi brand stranieri

moda (1)Rovinare la reputazione dei produttori concorrenti. Sembra essere questa l’ultima arma affilata e raffinata degli stati per proteggere il loro mercato interno dalla concorrenza estera. E’ successo due volte negli ultimi sette giorni. In Gran Bretagna, che con i suoi imperi coloniali del passato non può certamente dare lezioni sullo sfruttamento. E poi negli Stati Uniti con una class action contro Zara, la catena leader nell’abbigliamento.

E’ The Guardian, lo storico quotidiano britannico nato a Manchester nel 1821, con una corposa inchiesta a sferrare l’attacco, creando il caso delle costose scarpe italiane firmate fatte nell’Est Europa, dove la mano d’opera costa poco e i lavoratori sono costretti a produrre con bassi salari e condizioni lavorative pessime.
Una situazione resa possibile dalla normativa europea, che consente ai famosi brand di assemblare le scarpe (ma avviene anche nel settore dell’occhialeria) i cui pezzi sono stati lavorati in paesi diversi da quelli in cui risulta l’etichettatura.
Secondo l’inchiesta giornalistica del Guardian, milioni di acquirenti sarebbero indotti a credere che i grandi brand di scarpe italiane che si acquistano nei negozi d’Europa sono prodotti in Germania e in Italia. Mentre in realtà sono il risultato dello sfruttamento dei lavoratori dell’Europa orientale.
In Albania, ad esempio, rivela il quotidiano britannico un lavoratore del settore calzaturiero guadagna poco meno di 49p (49 centesimi di sterlina) all’ora inclusi gli straordinari, che corrisponderebbe ad una paga illegale anche in un paese così povero. In Macedonia, dove il salario orario minimo è di 64p (centesimi di sterlina), si hanno frequenti casi di ricovero in ospedale per svenimenti causati da aggressivi chimici usati nella produzione. “Se il datore di lavoro deve consegnare un ordine di 9.000 paia di scarpe, mette 90 coppie sul nastro e anche se rischi di morire, devi finirlo”, ha detto un operaio dei 179 intervistati in 12 fabbriche dai giornalisti de The Guardian. Nell’occhio del ciclone anche la Geox, accusata di avvalersi di una fabbrica macedone dove i salari erano illegali: 131 euro (£ 113) al mese, compreso gli straordinari a fronte di un minimo legale di 145 € oltre agli straordinari. Le scarpe Geox sono commercializzate nel Regno Unito attraverso John Lewis e House of Fraser. Ma sono vari i brand trovati nelle fabbriche dell’Est Europa: Zara, Lowa, Deichmann, Ara, Geox, Bata e Leder & Schuh AG e società controllate da CCC Shoes & Bags in Polonia e Rieker e Gabor in Slovacchia. L’inchiesta ha esaminato la produzione in sei paesi europei a basso salario: Albania, Bosnia-Erzegovina , Macedonia, Polonia, Romania e Slovacchia. Sotto il profilo normativo, i produttori si avvalgono del cosiddetto regime di traffico di perfezionamento passivo (OPT). Che consente di preparare i componenti delle scarpe in un paese prima di esportarli verso un’economia a basso costo dove vengono assemblati e cuciti. Dopodiché ritornano nel paese d’origine, duty free. E le scarpe finite vengono etichettate con il made in Italy. Anna McMullen, dal Labour Behind the Label, un gruppo con sede nel Regno Unito per i diritti dei lavoratori coinvolti nell’inchiesta, ha detto che i consumatori devono conoscere la verità: “Ora sappiamo che i lavoratori in Albania e Macedonia vengono pagati con salari così bassi che non possono sfamare le proprie famiglie – tanto che il divario tra il salario minimo e la vita è più grande che in Cina. Questi metodi out-sourcing utilizzati da alcune marche stanno girando i profitti di massa alle spalle della povertà dei lavoratori”.

Dagli Usa arriva un’altra pesante accusa con class action da 5 milioni di dollari nei confronti di Zara, accusata di ingannare i clienti. A rivelarne i particolari è stato il quotidiano britannico Daily Mail Online che parla di una maxi truffa sui prezzi. Lo stratagemma utilizzato dal gigante spagnolo di vendita al dettaglio, secondo la class action, va sotto il nome di “bait-and-switch” che porterebbe gli acquirenti a pagare ‘ben oltre’ l’importo indicato. L’importo in dollari – secondo l’accusa – sarebbe molto al di sopra del vero importo in euro. Attraverso un dossier di 26 pagine la class action tende a dimostrare che Zara sta violando le leggi degli Stati e quella federale per attirare i consumatori a sé, con tattiche basate sulla confusione tra valuta estera e dollaro, inducendoli a pensare che stanno pagando di meno. Il tasso di conversione sarebbe applicato facendo pagare di più ai consumatori americani rispetto ai prezzi reali dei prodotti. Zara dal canto suo nega qualsiasi accusa su pratiche tariffarie ingannevoli negli Stati Uniti, garantendo trasparenza, onestà e condotta etica nei confronti della clientela.
Va detto che Zara USA Inc.Zara, ha una importante storia commerciale iniziata nel 1975, ed è un marchio leader della moda globale con più di 2.100 punti vendita in 88 paesi. Oggi il gruppo vanta 71 negozi Zara nei soli Stati Uniti di abbigliamento simile all’alta moda ma a prezzi accessibili, ed è molto popolare con le celebrità tra cui Kim Kardashian, Katie Holmes e la duchessa di Cambridge che hanno sempre dimostrato una particolare attenzione al marchio.

Roberto De Nart
(Fonte: Giovanni D’Agata – Sportello dei Diritti)

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