Qualche giorno fa da Vittorio Veneto, precisamente zona Serravalle, dove ero per far una visita a dei cari amici, son poi passata a Ponte nelle Alpi, Longarone e su fino alla Valle del Cadore per fermarmi a Santo Stefano. Un’oretta e mezza (sic!) di auto per circa 80 km. Avevo prenotato una stanza in uno di quei garni un po’ spartani ma ospitali che si trovano da queste parti. Uno di quegli alloggi per trekkers che al mattino non si risparmiano in calorie e zuccheri: qui le colazioni sono generose ed è impossibile rifiutare alla padrona di casa almeno un assaggio di ciascuna delle sue tre (a volte sono di più) torte, che predispone in sala colazione tra oggetti artigianali, trine e merletti fatti a mano.

La proprietaria è donna di altri tempi: lo si vede dai modi affabili che usa e soprattutto dal viso segnato che mostra anni di fatica. Mi racconta di sé e della sua famiglia, mentre mi serve due fette che al solo guardarle fanno allargare il girovita. Famiglia di emigranti, la sua: partiti i suoi genitori per la Germania, quando lei era ancora piccola. Hanno lavorato – come molti qui nel Bellunese – in una gelateria di altri bellunesi, poi in un ristorante per tornarsene qui solo quando lei aveva 15 anni. Ha un accento strano, infatti la signora Matilde, che le dona originalità. Mi fermo a pensare che la vita qui in alcuni paesi del Bellunese è stata dura dopo la guerra forse più che altrove. Ripenso anche ai miei cari che quella guerra l’hanno vissuta; per fortuna a togliermi un velo di tristezza che mi giunge al pensiero del passato, ci pensa un avventore rumoroso che – appena entrato – scopro di conoscere e non rivedere da anni.
Mi saluta, lo saluto: ci sediamo per un caffè e due chiacchiere da vecchi compagni di camminate. Gli dico anche del sentiero che ho intenzione di affrontare in giornata, ma mi convince invece con una certa facilità a rinunciare alla faticaccia. Mi propone invece di accorciare notevolmente l’itinerario e passare un’oretta il pomeriggio ad una mostra di fotografia. Sa che mi è sempre piaciuta quest’arte e che ho tentato spesso di battere questa via, pur senza alcuna riuscita.
Ci diamo appuntamento per metà pomeriggio in Via Udine, presso l’edificio delle ex scuole medie dove, al primo piano c’è una bella mostra fotografica dedicata all’Archivio Danieli, un patrimonio fotografico importante, la testimonianza della vita e delle persone della zona. Mi guida G* che da queste parti abita oramai da venticinque anni. Mi dice che sono dei veri e propri racconti in foto: c’è molta storia della Val Comelico, circa ottanta anni sintetizzati in settanta scatti, dalla famiglia Danieli, anzi più precisamente da Enrico Danieli (1916-1983), vedutista di un certo valore.
Passiamo più di un’ora all’interno anche perché il b/n delle foto è meraviglioso e lo spaccato antropologico e paesaggistico del territorio è interessante. G* riconosce persino qualche volto fotografato o visto da qualche parte nella casa dei suoi nonni o forse – mi confessa – “è qualcuno che gli assomiglia”. Ne esco con un sorriso soddisfatto e con l’idea di andare a vedere anche le restanti mostre che sono inserite nel percorso “Memorie di luce”: a Zoppè di Cadore e San Vito di Cadore.
Però devo farlo prima del 4 settembre, data in cui chiudono i due allestimenti e organizzarmi per il pomeriggio dalle 17:00 alle 20:00. Non mancherò.
Bruna Mozzi


