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Pietro Bianchet, il bellunese che 113 anni fa uccise la contessa Linda Onigo, divenuto eroe dei servi della gleba

Tribuna illustrata: immagine di Pietro Bianchet che uccide la contessa Linda
Tribuna illustrata: immagine di Pietro Bianchet che uccide la contessa Linda

Alle 4 e un quarto di pomeriggio dell’11 marzo 1903 nel parco in riva al Sile di Palazzo Onigo a Treviso, dove oggi ci sono i giardinetti di Riviera Margherita, viene uccisa con due colpi d’ascia la sessantenne contessa Zenobia Teodolinda Onigo detta Linda, figlia naturale e adottiva del conte Gugliemo Onigo nata dalla relazione con la cameriera svizzera di confessione valdese Caterina Jaquillard, nonché ultima erede della millenaria e nobile dinastia degli Onigo, già moglie del conte Oliviero Rinaldi di Asolo dal quale si separò.
L’assassino è Pietro Bianchet, bellunese di Nogarè, con i baffi a manubrio come si usava allora, un poveraccio 26enne con il viso segnato da cicatrici lasciate dalla pellagra, fittavolo della contessa, riformato dal servizio militare per la sua bassa statura, 1 metro e 53. E rifiutato anche all’imbarco per il Brasile, quando aveva tentato di emigrare su una vecchia carretta del mare.

L’episodio è stato ricordato da Edoardo Pittalis giovedì scorso alle Conversazioni in Taverna dell’Associazione Liberal Belluno nel corso della presentazione del libro “Rossopiave, una famiglia e un vino, un fiume e una guerra” che riporta la vicenda.

Una storia più conosciuta in provincia di Treviso, perché un paio d’anni fa è ritornata sulle pagine dei giornali della Marca. Nel giugno del 2014, infatti, terminano i lavori di restauro del tempietto funerario dei conti Onigo, a Pederobba, fatto costruire da Teodolinda d’Onigo nel 1876 dietro a Villa Onigo di Pederobba, sede delle Opere Pie che ne hanno disposto il restauro, per restituire alla storia la tomba della contessa Teodolinda e dei suoi genitori Caterina e Guglielmo Onigo, morto a Milano nel 1866.
Sotto le pietre di pavimentazione sono venuti alla luce i due sarcofagi con sigillo in pietra di Teodolinda, di sua madre Caterina e più sotto del conte Gugliemo.
Cade dunque la leggenda secondo la quale Teodolinda venne sepolta con il suo cavallo – precisa Gian Domenico Mazzocato, autore del romanzo “Il delitto della Contessa Onigo” – e dall’esame dello scheletro risulterebbe, diversamente da quanto riferì la stampa dell’epoca, che Teodolinda venne colpita con un primo colpo tra fronte e nuca, poi caduta a terra, decapitata con un secondo colpo.

I fatti

Palazzo Onigo - Treviso
Palazzo Onigo – Treviso

“Quel giorno la contessa Onigo vestiva signorilmente – recita la cronaca dell’epoca – Il primo colpo di scure menato improvvisamente con violenza al collo deve aver prodotto la ferita minore, ma bastante a impedire che la vittima emettesse qualsiasi grido”. Sono le 4 e un quarto di pomeriggio dell’11 marzo 1903, a Treviso splende il sole. La contessa Zenobia Teodolinda Onigo, detta Linda percorre la stradina all’interno del parco, dove oggi ci sono i giardinetti di Riviera Margherita sulle rive del Sile, per far rientro alla villa in compagnia di Giuseppe Sabbione, suo amministratore.

ritratto della contessa Teodolinda Onigo
ritratto della contessa Teodolinda Onigo

Ad un tratto la contessa si ferma per rimproverare un suo lavorante, Pietro Bianchet. Che reagisce mozzandole la testa con due colpi d’ascia. L’uomo ha 26 anni, ma ne dimostra il doppio, ha il volto rovinato dalle cicatrici lasciate dalla pellagra. Analfabeta, pisnente, che nella lingua parlata diventa bisnente, due volte niente, vive con la moglie Maria Semenzin in attesa del secondo figlio in una misera casa a Trevignano, con il tetto in paglia, il pavimento in terra battuta e i cartoni alle finestre, tutto di proprietà della contessa compresi i due campi in affitto che coltiva.
Quel giorno Bianchet era stato chiamato con altri fittavoli di Trevignano per la manutenzione del parco della villa.
A maturare nel Bianchet la decisione di sopprimere la contessa, nota tra l’altro per la sua inumana avarizia, concorrono varie circostanze.
Innanzitutto i due campi di Trevignano erano stati distrutti alcuni giorni prima del delitto dalla tempesta e la contessa gli aveva negato qualche balla di fieno che aveva richiesto.
Inoltre, proprio il giorno prima del delitto, il Bianchet apprende che la moglie aveva partorito una bambina. E alla richiesta di un permesso per rientrare a Trevignano con un po’ di grano e un piccolo prestito per il viaggio la contessa risponde ancora no.
Il parroco di Trevignano, intervistato da un cronista del Gazzettino il giorno dopo del delitto, dice “Certo non è uno stinco di santo e in chiesa non si faceva vedere mai. Gli piaceva far baruffa, specie dopo qualche gotto di vino. Ma se non avesse avuto fame non avrebbe ucciso”.
Pietro Bianchet viene arrestato il giorno stesso dell’omicidio in piazza dei Signori a Treviso. Non oppone resistenza, ha con sé i suoi attrezzi, il badile e il piccone, e in tasca solo delle cambiali scadute.
Il caso con tutti i dettagli viene raccontato nelle pagine del Gazzettino. I ruoli si rovesciano. A Treviso si crea un clima ostile nei confronti della contessa uccisa, “malata di avarizia”, come recitano gli atti processuali. Nell’opinione pubblica la vittima diventa carnefice di un’intera classe sociale, di servi della gleba.
Si teme per l’ordine pubblico. La contessa Linda, ultima erede della millenaria dinastia degli Onigo è sepolta in fretta il 13 maggio 1903 in un tempietto aperto del giardino, dove oggi c’è il palazzo delle Opere Pie di Pederobba.
Al corteo, partito da Treviso, c’è aria di sommossa. Il popolo è tutto dalla parte del Bianchet, che da assassino diventa un eroe contro lo sfruttamento dei proprietari agrari. All’altezza di Porta Cavour (oggi porta Santi Quaranta) qualcuno tenta addirittura di spingere il feretro nelle acque del Sile. Si temono disordini e il processo viene spostato da Treviso a Venezia, ottenendo così l’effetto opposto perché l’intera stampa se ne occupa.
Il 26 febbraio 1904 si celebra il processo dinanzi alla Corte d’assise di Venezia con il Gazzettino che ogni giorno riporta a tutta pagina la cronaca giudiziaria dell’assassinio della contessa Onigo.
Il 2 marzo 1904 la Corte di Assise di Venezia presieduta da Vittorio Vanzetti emette la sua sentenza. Che per l’epoca è blanda. Pietro Bianchet viene condannato a 8 anni e 9 mesi. La corte, anche sotto la pressione mediatica, riconosce la seminfermità mentale e tiene conto delle condizioni di miseria e sfruttamento in cui matura il delitto.
A processo concluso, il 14 luglio 1904, la madre della contessa uccisa, Caterina Jaquillard Onigo, che sopravviverà di pochi mesi alla figlia, erede del patrimonio Onigo per aver sposato il conte Guglielmo Onigo, fa redigere un nuovo testamento. Nel quale nomina eredi universali due istituti di beneficenza: “Un ospitale per i poveri infermi dell’intero comune amministrativo di Pederobba; un asilo infantile. Questi due istituti avranno il nome generico di Opere Pie di Onigo”. L’ospedale infatti sorgerà in località detta il Mass di Pederobba, vicino alla tomba della figlia e del marito, cui sarà intitolato. E l’asilo sarà ricavato da un fabbricato vicino la chiesa di San Giovanni in Onigo a lei intitolato.

(rdn)