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Emergenza randagismo. La proposta della tassa ai proprietari di cani non sterilizzati e l’analisi dell’Apaca di Belluno

apaca«La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali» Lo scriveva Ghandi all’inizio del Secolo scorso. Oggi in Italia vi sono 750mila cani rinchiusi in canili in attesa di essere adottati. Ai quali si aggiunge l’emergenza randagismo, soprattutto nelle Regioni del Sud Italia. A sollevare il problema è stato l’onorevole Michele Anzaldi (Pd), che propone una tassa annuale per i cani non da riproduzione, che non siano sottoposti a sterilizzazione. 

“L’esperienza dimostra – sottolinea l’Apaca di Belluno –  che l’atteggiamento preferito dalla maggior parte dei comuni rispetto al randagismo è l’indifferenza, un lusso che gli amministratori si sono potuti permettere perché sul territorio, dei cani abbandonati e maltrattati si sono occupate e si stanno occupando quasi esclusivamente le associazioni di volontariato. Ma L’equazione randagismo=mancata sterilizzazione=tassazione non piace sotto molti profili.

In primo luogo, rendere obbligatoria la sterilizzazione per tutti i cani non destinati alla riproduzione e sanzionare il mancato adempimento con l’applicazione di una tassa è un percorso sbagliato dal punto di vista civico: la pratica della sterilizzazione deve nascere, infatti, dalla consapevolezza culturale dell’utilità per la salute dell’animale e, anche se solo in maniera indiretta e subalterna, per la prevenzione del randagismo. Per questa ragione sembrerebbe preferibile, da un lato, consolidare la sterilizzazione dei randagi come protocollo obbligatorio nei canili sanitari e nei rifugi e, dall’altro, favorire la sterilizzazione dei cani di famiglia con la detrazione delle spese veterinarie o con l’offerta di un servizio pubblico o convenzionato a tariffa calmierata.

In secondo luogo – secondo l’Apaca –  se anche si introducesse una tassa sui cani non sterilizzati, è utopistico pensare che Comuni e agenzia delle entrate siano in grado di gestire e “sanzionare” gli inadempimenti, dato che non solo è ancora altissima la percentuale di chi non registra il proprio cane, ma l’anagrafe canina, oggi spezzettata in 21 banche dati regionali, non può certo garantire dati aggiornati e attendibili, come ha sperimentato lo stesso Anzaldi, costretto a motivare la sua proposta immaginando una stima del randagismo che parte da dati ufficiali del 2006!

In terzo luogo, va ricordato che dietro e dentro il randagismo albergano situazioni e dinamiche assai complesse, come il traffico illegale di animali, lo sperpero di danaro pubblico, l’organizzazione criminale di canili lager e anche qualche progetto encomiabile nella teoria ma disastroso nella pratica, come, ad esempio, la reimmissione nel territorio dei cani randagi sterilizzati. Proprio la vigilia di Natale, la Lega Nazionale per la difesa del cane ha denunciato che – dopo 11 anni dall’emanazione della circolare del ministero della sanità che ha dettato le regole per questa misura poi accolta all’interno di non poche leggi regionali sul randagismo – la reimmissione, soprattutto in alcune parti del centro-sud, si è trasformata in un vero e proprio “abbandono legalizzato”. Prima di “tassare” i cani non sterilizzati, sarebbe, dunque, probabilmente saggio sospendere subito questa pratica in regioni come il Lazio, la Sicilia, la Puglia, la Campania e la Calabria – a cui probabilmente pensava il deputato del PD quando parlava del randagismo come di una “vera emergenza” – , regioni che nel legiferare in materia di randagismo hanno accolto la reimmissione come pratica innovativa e all’avanguardia, salvo poi registrare che il risultato prodotto è non di rado un “cane di quartiere” che qualcuno si incarica di abbattere a colpi di pistola, come è accaduto il 7 agosto dell’anno scorso a Erchie, nel brindisino.

C’è, infine, un ultimo aspetto da considerare. Per risultare credibile, il PD dovrebbe chiarire se la tassa sui cani non sterilizzati potrebbe o meno essere usata per finanziare il fondo nazionale per la lotta all’abbandono che è passato dai 4,2 milioni di euro del 2005 ai 313 mila euro del 2014. Se così fosse, insieme alla tassa sarebbe doveroso attendersi anche una nuova disciplina della ripartizione tra le regioni, che oggi si basa su numero di abitanti e consistenza della popolazione canina e felina: sconfessare e punire i canili pubblici e privati che rendono perpetui i soggiorni per garantirsi i contributi finanziari sarebbe, ad esempio, un modo “nuovo” di amministrare le risorse. E forse così, anche per rifugi come APACA – che non riceve neppure un centesimo dalle amministrazioni pubbliche – potrebbe aprirsi la possibilità di un “aiuto finanziario” per la funzione di interesse pubblico che svolgono.

http://www.associazioneapaca.eu/randagismomancata-sterilizzazionetassazione-troppo-facile/