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giovedì, Aprile 30, 2026
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Fusione tra Comuni: un meccanismo cannibalico

lettera 1Un’analogia simbolica: nel Ventennio si chiedeva l’oro delle fedi alla povera gente per la Patria (=la vorace casta fascista) ed ora si chiede la cancellazione del segno del matrimonio tra lo Stato e i cittadini, cioè la fusione dei piccoli comuni virtuosi, sempre in nome dell’intangibilità della spesa pubblica statale, come testimoniato dalle dimissioni dei vari commissari incaricati alla revisione della stessa.

Il meccanismo degli incentivi è cannibalico; chi si fonderà riceverà risorse che verranno tolte ai comuni che non vorranno o potranno accedere al meccanismo premiale, prelevate dal fondo di solidarietà comunale. Le risorse sono sempre quelle e la coperta non si ingrandisce.

Ciò premesso può comunque aver senso parlare di fusione, processo peraltro irreversibile,in quali casi? E’ assodato che la snellezza assicurata dalla fusione rispetto all’unione di comuni assicura migliori risultati gestionali.
Va però sottolineato che, stando a risultati di studi prodotti dall’ANCI, le economie di scala tanto citate nei peana a sostegno della fusione si realizzano a partire da una dimensione di 12-13mila abitanti, altrimenti le economie di scala si ridurranno a chiudere i piani superiori dei municipi.
Uffici pieni di personale con funzioni apicali, non demansionabile: un perfetto scenario da paralisi amministrativa.

Dando uno sguardo alla situazione provinciale, l’unica prospettiva di fusione sensata sotto questo aspetto appare quella ipotizzata per i comuni della Sinistra Piave. Negli altri casi, in particolare si pensi all’ Alpago e a Zoldo, dovrebbe esserci un progetto politico forte a sostegno di un tale disegno, e non una mera caccia ad incentivi economici che alla fine potrebbero anche essere spesi male e ingrassare i soliti noti progettisti e impresari.

Un tempo si insegnava che in democrazia la forma è sostanza; quindi decisivo sarebbe coinvolgere
i cittadini fin dall’inizio e non per esprimersi plebiscitariamente alla fine intorno ad un quesito, tra l’altro senza quorum partecipativo.

Entrando nel merito del processo di fusione dei tre comuni alpagoti, benché nessuno dei tre sindaci in carica avesse nel programma la fusione ristretta, ma la prospettiva della fusione a cinque, comunque si è ritenuto di procedere senza confrontarsi preliminarmente con la popolazione e portatori di interesse in assemblee pubbliche e senza redigere uno specifico studio preliminare, visto che ci si basa su estrapolazioni fatte a partire di uno studio fatto sulla fusione a cinque. Particolare non trascurabile, in quanto uno studio mirato avrebbe dovuto evidenziare anche le dinamiche che si creerebbero con i due comuni esclusi.

Infatti, bisogna ribadire che le prospettive di fusione a tre e non a cinque sono non solo diverse, ma addirittura antagoniste. Se storicamente si è sempre pensato alla fusione dei cinque comuni dell’Alpago, recentissima è l’ipotesi a tre; ma se gli intenti prima erano di unire, forzando la mano si rischia di dividere e di distruggere quanto faticosamente si è costruito in questi anni, attraverso la Comunità Montana. L’ Alpago infatti non avrebbe nessuna urgenza di unire alcuni servizi fondamentali, come accade invece per altre realtà della parte nord della provincia, in quanto da tempo questo è stato realizzato attraverso la Comunità Montana e proseguito con l’Unione Montana.
Non aiuta la sineddoche: chiamarsi “Comune di Alpago”, sottende un’idea di esclusione delle genti alpagote che non ne faranno parte, solo in quanto residenti in diverse entità amministrative?
E nemmeno la protervia di sottolineare, negli incontri pubblici informativi, la non necessità per la nuova realtà amministrativa di aderire a forme associative fa trapelare intenti di pacifica ed unitaria collaborazione con gli enti rimasti fuori dalla partita della fusione.

Gianni Bortoluzzi