HomePrima PaginaLa politica al bar, tra coppe e denari

La politica al bar, tra coppe e denari

dolomiti-280x180In piazza a P*, paesino di montagna di poche anime – uno di quelli che stanno letteralmente scomparendo – i soliti avventori del bar, due anziani in pensione ed una coppia sulla cinquantina, evidentemente turisti, a vederne l’abbigliamento e sentirne l’accento. Stanno amabilmente conversando. Io sono al tavolino vicino e tendo più volte l’orecchio, fingendo di scrivere china sul mio tablet, compagno inseparabile di molte mattinate di vacanza montana. Parlano del più e del meno, ma poi il discorso cade sulla politica e affini. I due turisti sono di Roma o giù di lì: hanno giusto l’accento che va molto in tv sia tra gli speakers dei tg sia tra gli anchorman di trasmissioni serali e non. Daje…Li mortacci tua… nun t’accollà…’nnamo ‘mpo’…ce lo sai? E così via. Intercalari simpatici da periferia romana intervallati da qualche parola dei due indigeni veneti.

Ad un certo punto la conversazione passa alla politica e i romani si lamentano della loro città, irriconoscibile, sporca e con servizi carenti. Dicono che a Natale la metro funzionava solo fino a mezzogiorno o giù di lì, che per il Giubileo l’ Urbe è tutta in subbuglio, il traffico sconvolto e le multe che fioccano. Impossibile prendere i mezzi pubblici, non ci si può fidare: non arrivano mai in orario. La descrivono persino più rumorosa di qualche anno addietro, è tutto uno squillare di sirene tra auto della polizia e auto blu. “Beati voi che state qui tranquilli!” dice la signora che nel frattempo ha aperto una mappa dei sentieri e si prepara a immergersi a studiarla. “Eh già magari potessimo stare qui sempre tutto l’anno”aggiunge il marito.
E i due indigeni già al secondo caffè corretto di mattina, ma lucidi e intenzionati a tener alto l’onore del paese, dicono che in effetti qui in montagna si sta bene. Elogiano l’aria buona, la tranquillità. Ma poi ci ripensano e aggiungono: c’è qualche ma …cominciano col dire che l’amministrazione ha fatto colate di cemento giù oltre la piazza, che ha disboscato troppo per ampliare il parcheggio dinanzi alla funivia, che in certi giorni sia d’estate sia d’inverno soprattutto nei w-e si respira solo gas di scarico delle auto dei vacanzieri mordi e fuggi; certe mattine è tutto uno strombazzare di furgoncini, per la piccola distribuzione e il porta a porta arrivano dappertutto persino per le strade strette e tortuose del centro del paese.
Io sghignazzo e prendo appunti, anche se non capisco tutte le espressioni in dialetto stretto né quelli locali né tantomeno quelle del romanesco dei due avventori. Il barista mi lancia uno sguardo complice e mi fa cenno di avvicinarmi al bancone. Lo faccio e mi dice che la coppia romana lavora al Ministero del Lavoro e son due tipi così, abituati a lamentarsi, ma poi son i Romani tipici che si sciolgono davanti ad una fetta di strudel con panna e ad un vin brulé.
“Ma sì questi credono di saperla lunga e invece mi devono ancora pagare il conto di ieri: dicono sempre di segnare, segnare, tutte le volte così!”
“Ma poi pagano?” chiedo incuriosita.
“Si ma sempre in ritardo….coi tempi dei romani e ogni volta che chiedo loro di saldare il conto, mi dicono s’è fatta ‘na certa… e vanno via di fretta”.
Torno ad ascoltare i discorsi del trio: ora infatti uno degli indigeni se ne è andato. Arriva un altro locale con un mazzo di carte. I quattro cominciano a giocare e un asso di denari, un fante di coppe e un re di bastoni li mettono d’accordo.
Ottima metafora – penso tra me e me – della condizione del nostro Paese, forse tra coppe e denari, un bel re di bastoni ci starebbe bene e metterebbe tutto a posto sia a Roma che qui.