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venerdì, Marzo 5, 2021
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La montagna è indifferente *di Bruna Mozzi

Tre Cime di Lavaredo (foto Nicola Grandesso)
Tre Cime di Lavaredo (foto Nicola Grandesso)

Alle prime luci dell’alba sono già sveglia. Oggi devo fare una di quelle escursioni che la notte prima non mi fanno dormire o mi fanno stare in un dormiveglia continuo con un seguito di stanchezza o spossatezza per tutto il giorno. Eppure adesso mi sento in forma e addento la torta della nonna che C*, il caro amico proprietario della locanda e del bar, ha preparato per gli ospiti, prendo il caffelatte (lui non fa cappuccini) e mi sento pronta per partire. L’attrezzatura ce l’ho, ho comperato persino lo zaino tecnico nuovo – mi ha convinto un amico – altrimenti continuavo col mio vecchio fedelissimo color giallo zafferano vinto alla pesca di beneficienza in paese, quando ero ragazza. In giro in piazza non si vede nessuno; la luce artificiale dei lampioni all’improvviso si spegne. Mi è sempre parso strano poter assistere a questo momento, la trovo una coincidenza meravigliosa. Guardo l’orologio: aspetto D* in piedi davanti all’hotel e nel frattempo la piazza prende un po’ ad animarsi. Qualche turista già di buon passo; il pasticciere con le brioche calde per gli ospiti dell’hotel alla fine della via, l’edicolante che apre la serranda col suo pacco di quotidiani.
Gli amici mi considerano un animale da città: dicono che son di gusti difficili e che quando mangio lo strudel, sposto l’uvetta e la lascio ai bordi del piatto, che faccio sempre tre nodi ai lacci per paura che si sciolgano. Eppure non mi vogliono male. Interrompe le mie strane riflessioni il saluto forte e chiaro di D* che ha appena girato l’angolo e che mi raggiunge a passo spedito e cadenzato. Mi guarda stupito e mi dice: – …ma non mi dici nulla? Hai sentito cosa è successo iersera?
No, non so nulla il cellulare iersera era scarico, l’ho messo sottocarica e poi visto il gelo della camera non mi son più alzata per guardarlo. Ora non ne ho nemmeno avuto il pensiero. Ero troppo presa dalla bellezza dell’alba.
In poche drammatiche parole mi ha detto cosa è successo a Parigi, mi ha riferito dei numeri di morti e feriti, dei giovani di tutta Europa che erano al concerto degli Eagles of death metal al Bataclan, del bar affollato, dell’uomo fattosi esplodere all’entrata dello stadio. Resto esterrefatta. Dico che forse è meglio stare in albergo, che non me la sento di andare a divertirmi, mi pare di offendere questi poveri ragazzi che non ci sono più. Voglio seguire gli eventi in TV. Rientro dopo aver salutato il mio amico. Oramai sono già le otto e mezzo. In camera non ho la tv; devo stare nella sala comune dove arrivano anche i clienti del bar. I commenti sono quelli tipici della piazza, di chi ragiona con la “pancia” e sputa sentenze a destra e sinistra.
Le voci soffocano lo speaker del tg che va in onda da un po’. Una signora un po’ naif dice che la colpa è dell’Unione Europea che non fa nulla per fermare l’ISIS. Un signore che le sta vicino, credo il marito, le fa segno di star zitta che vuole ascoltare. Poi un ragazzo del paese, noto etilista già di buon mattino, sbraita qualcosa contro Putin, la Russia e i comunisti e se ne va sbattendo la porta.
Arriva dopo un po’ Don V* che prende un po’ di latte caldo per il gatto della vicina. Dice a bassa voce: Oggi la santa messa la dedico a tutti quei poveri disgraziati di ragazzi che si stavano divertendo ed hanno perso la vita.
Mi cruccio sempre di più. La tv continua a trasmettere ma non riesco più a seguire gli interventi degli ospiti in studio né quelli di chi parla in diretta dai luoghi della strage.
All’improvviso mi pare che fuori rimbombi un tuono: la montagna si rabbuia. Le tenebre avvolgono la piazza. Si alza un vento fortissimo. Pare un’apocalisse.
In realtà è un avventore che apre la porta del bar e fa entrare una folata gelida di vento: mi ridesto. Mi rendo conto che stavo sognando e che invece fuori la luce è splendida, la montagna luminosa nella luce tersa del mattino, gli alberi dalle mille sfumature di colori autunnali.
No, la montagna resta sempre lì indifferente, nemmeno comprende il nostro dolore, ci ama e ci ospita senza parzialità, bianchi, rossi, neri, gialli. Ancora una volta la colpa sta tutta in noi umani, in noi che creiamo le differenze, che inseguiamo fanatismi inutili e vili interessi economici. Perché non riusciamo dopo tanti secoli di guerre a vivere sereni in pace, a volerci bene, a collaborare?
Non mi so dare una risposta. So solo che resta addosso una tristezza infinita che pare ricordarci quanto siamo fragili e vulnerabili. La montagna no, lei resta sempre lì a guardarci. Il sole intanto continua a splendere su nelle vette e pare suggerirci un po’ di speranza e di ottimismo.

Bruna Mozzi

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