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Il tramonto della civiltà contadina degli anni ’50 nei “Quaranta racconti trevisani” di Sante Rossetto

Sante Rossetto
Sante Rossetto

Lo hanno chiamato miracolo economico quello che ci hanno offerto gli anni sessanta con la loro rivoluzione silenziosa che ha cancellato una civiltà contadina di cui rimangono solo pallide tracce. E per non dimenticare il decennio che li ha preceduti, ormai passato alla storia come quello del tramonto di una civiltà secolare, il giornalista e scrittore veneto Sante Rossetto, che ha svolto la sua carriera al Gazzettino, ha tratteggiato un volume di ritratti e profili, editi dal trevigiano Canova, con il titolo “Quaranta racconti trevisani”.

L’autore, che in quel periodo frequentava le elementari in un paese di campagna, costruisce un affascinante e vivace mosaico attraverso le figure del parroco, quello della nonna, del bottegaio, del venditore ambulante domenicale di dolciumi. I grandi protagonisti del libro sono i bambini e i ragazzi con i giochi modesti, con gli attrezzi costruiti da loro, la esuberanza incontenibile, la fame inestinguibile, la fatica nei campi dove erano chiamati quotidianamente a collaborare.
Dal volume emerge una società ricca di spiritualità, di religiosità e di parsimonia che avvolge ogni gesto e momento della vita contadina. Tutte le case avevano la candela della Madonna contro la grandine, nei filò ogni sera uomini, donne e bambini recitavano il rosario, ogni domenica nessuno mancava alla messa. E ancora le solenni processioni che radunavano tutto il paese, le preparazioni alle grandi feste, le celebrazioni esistenziali dalla prima comunione, alla cresima fino al matrimonio. Un universo che ruotava attorno alla chiesa e alla canonica riconosciuta come centro vitale della vita comunitaria.
Ed è proprio da quella manualità e praticità, succhiata dai ragazzi dell’epoca con il latte materno, che è sbocciata nel decennio successivo la nuova società veneta e italiana che ha visto l’abbandono della terra e la cancellazione di un percorso secolare. Chi non era andato a scuola aveva intrapreso la strada del lavoro. E così quando il miracolo economico si è presentato si sono trovati pronti e abili nell’aprire capannoni e aziende imprenditoriali che hanno cambiato il paesaggio, le tradizioni, il linguaggio, in una parola l’esistenza di una regione.
Rossetto in questo lavoro impiega con abbondanza il dialetto. Non quello odierno che dialetto non è ormai più o, al massimo, un linguaggio italianizzato, ma quello degli anni cinquanta con i suoi fonemi caratteristici, il suo lessico scomparso con l’abbandono degli attrezzi del mondo contadino. Ne esce uno stile brillante, ricco di inventiva che, talora, deve essere compreso attraverso il lessico veneto-italiano posto alla fine.
Questi racconti sono una strenna natalizia che farà felici e ritornare giovani non soltanto trevigiani e veneti, ma tutti coloro che vogliano conoscere un angolo d’Italia di oltre mezzo secolo fa. Quando la vita era più faticosa, più aspra ma anche, pur senza rimpianto, più serena se non più felice.

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