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Lavori all’Auditorium. I ritrovamenti archeologici sono un’opportunità o una iattura? * di Eugenio Padovan

 

Auditorium comunale di Belluno
Auditorium comunale di Belluno

Di fronte ai contenuti dell’articolo “Lavori dell’Auditorium i soldi non bastano” pubblicato l’8 ottobre scorso dal Corriere delle Alpi, nel quale l’archeologia, quasi da sola, è stata posta sul banco degli imputati per i suoi costi e, soprattutto, perché origine di ritardi nell’esecuzione di opere, non è possibile rimanere in silenzio.

Dunque lasciar passare e diffondersi la tesi secondo la quale quello dovrebbe e potrebbe essere un patrimonio da tutelare e valorizzare, capace di contraddistinguere una città, essere occasione di crescita culturale, promozione e di visita da parte di appassionati e turisti che ogni anno raggiungono Belluno. Rischi seriamente di trasformarsi in una iattura o, peggio, un inaspettato episodio caduto tra capo e collo a degli sfortunati armati di buone intenzioni e della volontà di ristrutturare il palazzo in questione. I quali, magari, tutto speravano di trovare invece di reperti e vestigia appartenenti al municipio romano della tribù Papiria e non solo, scavando nel sottosuolo di quel bene architettonico situato nel bel mezzo del centro storico cittadino.

No, non è e non può essere così, perché sono decenni che si dovrebbe essere a conoscenza degli ambiti, delle aree con sicure potenzialità archeologiche e quella dell’Auditorium è una di queste. Laddove e nelle più immediate vicinanze, negli ultimi decenni sono state effettuate innumerevoli scoperte. Senza soffermarsi troppo o fare degli elenchi ricordiamo solamente un tratto di casa romana, che venne interpretata come follonica (tintoria) ritrovato, nello spazio antistante la facciata dell’Auditorium insieme ad una macina nel 1991 durante la posa in opera della rete metanifera (un lavoro, quello della metanizzazione, che svelò la ricchezza archeologica del centro storico che si estende tra il torrente Ardo e il fiume Piave ).

Ma tutta l’area che arriva a Piazza delle Erbe e sino a Piazza Duomo ha registrato scoperte archeologiche.

L’amministrazione comunale che sta eseguendo l’intervento, oggetto di questa riflessione e presa di posizione, è stata lasciata sin qui in disparte perché è stupefacente e incredibile che non fosse stata, nel suo insieme tecnico-politico, a conoscenza delle situazioni storico-archeologiche sin qui descritte. Infatti, se vogliamo prendercela con il destino cinico e baro che ha costretto l’amministrazione comunale a tutelare strutture come i resti di un importante edificio absidato di epoca romana e reperti che di volta in volta, con il proseguire degli scavi, sono venuti alla luce , va immediatamente affermato di come tale compito discenda dalle leggi e codici sui beni culturali che sono in vigore e che vanno rispettate, a tutti i livelli sia pubblici sia privati.

Semmai a fronte di questa situazione, si tratta di rendersi conto e comprendere quali siano i programmi, le prospettive di governo, sviluppo di quella che si definisce la città capoluogo di provincia, innanzitutto a riguardo del ruolo e rappresentanza che potrebbe rivestire per il territorio bellunese a partire dal settore culturale, sua valorizzazione e fruizione, non solo nell’ambito museale cittadino. Soprattutto allargando l’interesse in più comparti, come quello archeologico, con una opportuna e necessaria ricerca ed indirizzo dei finanziamenti da impiegare a tale fine.

Eugenio Padovan

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