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Oggi avrebbe compiuto 67 anni. La storia di Peppino Impastato

letteraLa cultura popolare di qualunque territorio si è da sempre fatta custode di storie, usanze, lingue e proverbi che anche inconsapevolmente contribuiscono a farci sentire parte di una determinata comunità, al di là di come la percepiamo, e pur conservandone quella forma di rispetto che deputiamo solo a coloro cui riconosciamo un valore o un merito, spesso la saggezza fa un passo indietro eliminando quella seconda possibilità che dovrebbe essere data a chiunque si trovi a vivere una situazione che crei imbarazzo, sofferenza e disagio…..se dovessimo dar credito al proverbio “tale padre, tale figlio” diventato universale tant’è che lo si trova citato anche in latino, Cinisi non avrebbe avuto, nel lontano “78 un ragazzo figlio di mafia ucciso dalla mafia, dilaniato dal tritolo sulla ferrovia che collega Palermo a Trapani.

Quel ragazzo si chiamava Peppino Impastato e oggi avrebbe compiuto 67 anni e benché la sua famiglia fosse ben inserita negli ambienti mafiosi essendosi finanche imparentata con il capomafia Manzella, uno dei primi a individuare nel traffico di droga un nuovo terreno di accumulazione di denaro, non ebbe ripensamenti quando, dopo anni di accese discussioni con il padre, decise di andarsene di casa e di iniziare la sua battaglia contro l’illegalità in sostegno delle fasce sociali meno garantite: precari, braccianti, pescatori, contadini, donne, disoccupati, edili sfruttati, lavoratori in nero.

Militò nel PSIUP, formazione politica nata dopo l’ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra, partecipò alla Marcia della protesta e della pace organizzata da Danilo Dolci nel marzo “67, aderì alle tesi di uno dei tanti gruppi marxisti-leninisti per poi approdare a Lotta Continua nell’estate “75 tramite la conoscenza e amicizia con Mauro Rostagno. Proprio in quell’anno organizzò il circolo “Musica e Cultura”, associazione che promuoveva  attività culturali e musicali, punto di riferimento per i giovani di Cinisi.

Ma già qualche anno prima aveva, assieme a 200 famiglie di contadini che lavoravano in una zona ricca di frutteti, uliveti e agrumeti, ostacolato a Punta Raisi la costruzione di una pista per l’atterraggio nelle giornate di scirocco, opera che poi si realizzò ma che si è rivelata inutile in quanto il vento aggira le montagne, si infila nelle gole e crea dei pericolosi vuoti d’aria, tant’è che spesso i piloti sono costretti ad atterrare a Trapani o a Catania.

Nel “76 fondò Radio Aut, una radio libera autofinanziata attraverso cui denunciava i fatti scandalistici e criminosi mettendo in ridicolo tutti i componenti delle cosche mafiose che allora dominavano il paese, compreso il boss Tano Badalamenti il quale dal balcone del primo piano della sua abitazione sul corso principale, durante la processione di S.Fara, distribuiva banconote da centomila lire….. Si aprirono grandi possibilità per le attività di denuncia e per una maggiore apertura al contatto con l’esterno e nella trasmissione “Onda pazza”, i cui indici di ascolto erano sempre più alti e dove la satira e la storpiatura dei nomi dei personaggi più in vista di Mafiopoli e dei vari speculatori che infestavano la zona non ne impediva l’identificazione, Peppino insisteva sull’importanza dello strumento radiofonico nella lotta politica, perché riteneva che il momento della controinformazione è fondamentale per la preparazione degli interventi politici nel sociale, per collegare e dare voce….

Ora, dal 5 gennaio 2010, in quella casa da cui si affacciava il boss riconosciuto il mandante ed espropriata in seguito alla condanna, esiste una web radio: “Radio 100 passi” e un circolo culturale multifunzionale che continua a trasmettere messaggi e iniziative utili a mantenere il ricordo di Peppino, in quanto personaggio scomodo, con una carica eversiva capace di spalancare orizzonti pericolosi per l’ipocrisia che il perbenismo e il conformismo generalizzati producono intorno  a questi fenomeni, e soprattutto perché figlio “indegno” in quanto non seguì  la strada già tracciata……

Il dare per scontato che la paternità sia un limite o una garanzia è l’ennesima prova di quanta strada c’è ancora da percorrere……se il razzismo è nato con l’unità d’Italia insinuandosi come un cancro il fatto di appartenere a certe famiglie o di avere percorsi di vita tortuosi non deve autorizzarci a pensare che non c’è possibilità di riscatto, come nel caso della bambina calabrese incriminata per mafia solo perché figlia di una coppia che è in pena detentiva per cui è stata affidata a una famiglia del nord da cui sistematicamente scappa per poi essere ripresa…….quando si è minorenni e quello che hai sperimentato è solo il tuo ambiente familiare risulta difficile la comprensione di altri mondi, se non te ne vengono proposti altri….

La lotta alla mafia non può farla solo la magistratura, accusando e punendo chi, compatibilmente con l’età, ha delle responsabilità nei confronti dei singoli e delle istituzioni, occorre mettere insieme forze politiche, intellettuali, anche religiose, capaci di proporre un programma di riorganizzazione della società che tagli spazi alle organizzazioni criminali e crei legalità sul territorio.

Annamaria Fiume

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