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La storia della fabbrica senza padroni in Argentina

letteraDicono che bisogna toccare il fondo per poter risalire e che la consapevolezza dei propri diritti (e doveri) la si acquisisce o in base agli stimoli che un determinato ambiente ti dà o in seguito ad accadimenti più o meno eccezionali che nel corso della vita si susseguono. E in quest’epoca in cui il posto di lavoro non è più garantito ecco che serve guardare al di là dell’oceano per rendersi conto che niente è impossibile.

In Patagonia nel lontano “79, sotto la feroce dittatura di Videla, un imprenditore padovano ventottenne, tale Luigi Zanon aprì a Neuquèn una fabbrica di ceramica usufruendo dei fondi stanziati dalla dittatura militare per la promozione dello sviluppo industriale. Inutile sottolineare le difficili condizioni a cui erano sottoposti gli operai che oltre a lavorare 16 ore al giorno non potevano assolutamente contraddire il sistema lavorativo  pena il sequestro con relativa tortura e volo della morte.

Sicuramente anche quella regione avrà avuto i suoi desaparecidos, i bambini sottratti alle donne incinte sequestrate e poi ammazzate e una parte di popolazione che preferiva far finta di niente, ma quello che è successo qualche anno dopo, esattamente nel 2001, merita di essere raccontato, se non altro per rendere noto che quello che a volte si vuole far passare per illegalità non è che la determinazione a difendere un diritto che la Costituzione in Italia mette al primo posto.

Nei primi mesi dell’anno 2000 Zanon presentò un primo piano di risanamento dell’azienda e in seguito alla morte di un operaio causata da mancanza di norme di sicurezza gli operai si organizzarono in uno sciopero che durò diversi giorni, nonostante le minacce di licenziamento.

Ma il peggio doveva ancora venire perché nell’ottobre del 2001 l’Argentina precipitò in una crisi economica e politica senza precedenti e la direzione della fabbrica di ceramica di Neuquèn decise, dopo un lungo braccio di ferro con il sindacato ceramista della provincia e una serie di scioperi prolungati di chiudere l’attività licenziando 380 operai. Molti dei lavoratori, circa 200, si mobilitarono per difendere il loro posto di lavoro e occuparono lo stabilimento dando inizio alla storia della FaSinPat, acronimo di Fabbricasenzapadroni.

Furono anni di lotte e di strenua difesa della fabbrica occupata, contro le direttive dei dirigenti sindacali e della federazione di categoria, contro i vertici del sindacato e contro l’assemblea….gli operai intanto continuavano a produrre e vendere i mattoni che la nuova gestione non poteva fatturare perché non riconosciuta, ma trovava nelle Madres de Plaza de Maio, simbolo di coraggio e determinazione, un tramite nei pagamenti; solo nel 2004, con la creazione di una cooperativa, si riuscì a dimostrare che la realtà di una fabbrica occupata e soggetta a vari tentativi di sgombero, avendo assunto e non licenziato 200 persone, poteva finalmente uscire dall’illegalità.

Già nel 2003 fu presentato al parlamento della provincia di Neuquèn un disegno di legge per l’espropriazione e la nazionalizzazione sotto controllo operaio accompagnato da una petizione di 50000 firme: in pratica si chiedeva che lo stabilimento fosse espropriato e che il governo provinciale si facesse carico di sostenere l’impresa lasciando agli operai la gestione e l’organizzazione del lavoro, solo nel 2009 il parlamento provinciale ne ha approvato il disegno di legge sull’espropriazione non decretando però la nazionalizzazione della fabbrica, quando nel “94 il governatore della provincia, Jorge Sobisch, andando controtendenza alla stagione delle privatizzazioni inaugurata dal presidente Menem, obbediente agli ordini di Washington, finanziava la fabbrica Zanon con 5 milioni di dollari, quattrini pubblici che il “patròn” si mise in tasca invece di reinvestirli in innovazione……

Con la nascita della cooperativa la situazione si normalizzò, e i principi che la caratterizzavano allora sono rimasti gli stessi: stipendio uguale per tutti senza distinzione di categoria, stabilito dal contratto nazionale del settore, e questo perché l’obiettivo non è quello di diventare più ricchi.

Non fare profitto=poter assumere 400 lavoratori in 10 anni  e sfornare oltre 400.000 mq. di ceramica al mese creando un avamposto di lotta e un esempio per tutte le fabbriche che andavano incontro a chiusura.

Non fare profitto=fare della fabbrica un bene comune e metterla a servizio della popolazione locale, compresa la minoranza Mapuche che per solidarietà consente ai lavoratori “senza padrone” il rifornimento di argilla dalle cave che si trovano nel loro territorio e a cui sono dedicate serie di mattonelle che ne raccontano la storia di abusi e sfruttamento.

Non fare profitto=regalare regolarmente materiali per la costruzione e la manutenzione di strutture che ne hanno bisogno: scuole, ospedali, associazioni popolari, famiglie in difficoltà.

Ma l’obiettivo più grande è stato quello di dimostrare, da parte dei lavoratori, la capacità di organizzarsi per promuovere un diverso modo di funzionamento della società, è stata una risposta esemplare alla crisi perché contrasta la rassegnazione diffusa, il fatalismo e il senso di impotenza restituendo quella prospettiva combattiva che caratterizza l’essere umano che si rifiuta di mercanteggiare la propria dignità.

Dicono che per essere liberi basta solo andare, mettere un piede dopo l’altro per prendere la direzione da cui meglio siamo attratti, ma questo richiede senso di responsabilità, impegno, sforzo a volte sovrumano, elementi che a volte si fa fatica a organizzare……perché manca quella partecipazione attraverso cui si possa condividere una condizione, uno stato d’animo, un’idea comune, e la mediocrità è un antidoto contro la fatica e il coraggio di sentirsi autori del proprio destino, ma il pensiero che giovani e non di tutto il mondo abbiano optato per la lotta contro le ingiustizie andando incontro alla morte a al carcere duro, che lavoratori di una fabbrica argentina abbiano avuto la fermezza di portare avanti una battaglia e di vincerla, fa ben sperare che qualcosa possa cambiare……anche qui in Italia, dove sembra che la memoria breve è anestetizzata e quella lunga è solo prerogativa dei malati di Alzheimer.

Annamaria Fiume

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