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L’Italia negli anni di crisi, la fotografia del Centro studi Cna

 

Moreno De Col
Moreno De Col

Più povera, più violenta, più vecchia e, inutilmente, più istruita. Dopo sei anni di crisi economica, politica e sociale è questa – sintetizza il presidente dell’APPIA / CNA Moreno De Col – l’immagine dell’Italia che emerge dalla fotografia scattata dal Centro Studi della CNA e che trova conferma in alcuni suoi elementi nel rapporto ISTAT 2014 pubblicato ieri.”

In questo periodo il nostro Paese ha visto crescere in modo inarrestabile il numero delle persone a rischio povertà ed esclusione sociale. Ormai sono oltre 18 milioni, quasi tre milioni in più del 2007, e rappresentano il 14,8% di tutti gli europei emarginati economicamente. Si tratta di persone costrette a vivere in famiglie con entrate inferiori al 60% del reddito medio, che non possono permettersi un pasto adeguato almeno ogni due giorni e, se lavorano, lo fanno in maniera ridotta.

In questa non onorevole classifica, peggio dell’Italia, nell’Unione europea, si piazzano solo la Grecia e sette Paesi ex-comunisti. Dal 2007 la percentuale d’italiani che non possono sostenere una spesa imprevista, pagare le bollette, riscaldare la casa, nutrirsi come si deve è schizzata dal 6,8 al 14,5%. Nel vecchio continente questo indicatore è cresciuto di più solo in Grecia. Colpa della crisi, è vero. Ma negli stessi anni in Germania il numero di tedeschi emarginati è diminuito. Anche la crisi, evidentemente, non è uguale per tutti in Europa. E in Italia crea un ulteriore elemento di allarme sociale: il boom degli sfratti per morosità.

Nel 2012 ce ne sono stati oltre 60mila e questo aggiunge disagio a disagio. Tra il 2007 e il 2012, il nostro Paese è diventato anche più insicuro. In questi anni, si legge nello studio della CNA, i reati sono cresciuti dell’8,7%. In forte aumento sono soprattutto i reati contro il patrimonio che principalmente possono essere ricondotti alla caduta delle attività economiche. Furti cresciuti del 32,5%, truffe e le frodi informatiche del 21,8%. La crisi spinge le famiglie a guardare sempre di meno alla qualità e la criminalità, anche internazionale, ne approfitta. Si spiega così la crescita esponenziale dei reati di contraffazione di marchi e prodotti industriali, più che quadruplicata. Ma la crisi ha finito per turbare e impoverire anche i rapporti tra le persone, come dimostra l’incremento degli episodi di violenza personale, dalle percosse alle lesioni. L’incertezza economica e sociale si riflette inevitabilmente sul dato demografico: non si fanno più figli. Negli anni della crisi il tasso di natalità, in Italia già basso, è calato ulteriormente, passando da 9,7 a 8,9 nuovi nati ogni mille abitanti. L’età media è salita da meno di 43 a 44 anni. E il peso della popolazione anziana è aumentato. Gli ultra 65enni sono una volta e mezza i ragazzi sotto i 15 anni e rappresentano quasi un terzo (il 32,7%) della popolazione in età lavorativa.

E’ il livello più alto in Europa e rappresenta un segnale inquietante. Questo indicatore, infatti, misura la capacità potenziale del sistema di provvedere al pagamento delle pensioni. Una bomba a orologeria. Ciò nonostante, anche perché non si trova occupazione, tra il 2007 e il 2013 si è incrementato il grado di istruzione della popolazione. Sono aumentati del 23,9% i laureati e dell’11,9% i diplomati. Così da portare al 47,4% degli italiani i possessori di un diploma o di una laurea. Ma l’istruzione non ha garantito un’occupazione, anzi. Infatti, se prima della crisi il diploma assicurava un inserimento sul mercato del lavoro simile, in pratica, a quello della laurea, oggi la probabilità di disoccupazione di un diplomato è prossima a quanti posseggono solo la licenza media. Si spiega anche con questi numeri – conclude De Col – l’esplosione del fenomeno Neet, (i giovani tra i 15 e i 34 anni che non lavorano, non studiano, non svolgono attività di formazione) salito in sette anni di oltre 750mila unità, arrivando a quasi 3,6 milioni. Il 27,3% dei Neet sono diplomati (erano il 17% nel 2007), il 21,7% laureati (contro il 15,9 per cento all’inizio della crisi).

 

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