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Squilibri territoriali nelle entrate, meno trasferimenti e minori possibilità d’investimento ai Comuni veneti. La denuncia dell’Anci

I Comuni veneti vengono spremuti molto di più di quelli di altre regioni, ricevendo trasferimenti decisamente più ridotti dalle istituzioni superiori.

Gino Pante, presidente Consulta piccoli comuni Anci Veneto
Gino Pante, presidente Consulta piccoli comuni Anci Veneto

Lo riferisce con una nota Gino Pante, presidente della Consulta regionale dei piccoli comuni.

Non è certo una novità, ma l’ufficio statistiche di Anciveneto ha messo in luce i dati basati sugli effetti della tassazione e sui relativi trasferimenti nella nostra Regione. Il prospetto per le entrate parte con gli effetti di Ici a livello regionale, con un gettito per abitante di 233,14 euro fino al 2007, sceso a 165 durante l’abolizione dell’Ici e tornato a 233,98 nel 2012 con l’introduzione dell’Imu. Mentre l’addizionale comunale Irpef è stata di 35 centesimi pro capite nel 1999, anno dell’introduzione, per salire a quasi 79 euro nel 2012.

Poco rassicurante il quadro delle entrate da trasferimenti correnti, in particolare se si guarda alle differenze tra locale e nazionale, perché una municipalità veneta beneficia soltanto di 188 euro a fronte di una media italiana superiore ai 300; divario molto alto anche per quel che riguarda i trasferimenti di capitale (provenienti cioè da alienazioni del patrimonio, oneri di urbanizzazione): per il Veneto sono di 204,56 euro per abitante, con una media nazionale di 353,38. La discrepanza si riduce, pur rimanendo ben presente, sui proventi dei servizi resi dai comuni con una media regionale di 170 euro e una nazionale di 197,62.

Eppure i comuni veneti sono stati anche i più attenti nell’accendere prestiti, poiché nel periodo 2004-2010 l’indebitamento pro capite è stato pari a 87,30 euro contro una media nazionale di 108,60.

Non può mancare lo sguardo sulla spesa corrente. E’ opportuno far notare le divergenze tra lo Stato centrale e le municipalità italiane, con un aumento nel periodo 2004-2011 rispettivamente del 14,24 e del 12 per cento (l’aumento degli apparati statali è però superiore al 50 per cento se si prende l’intervallo 1998-2012); e la stabilizzazione avvenuta nelle spese del personale con circa un terzo sull’incidenza totale, per effetto dei vincoli sempre più rigidi del patto. Note dolenti vengono comunque sul fronte degli investimenti che, nonostante le nuove regole di finanza pubblica e la situazione economica generale, mettono in evidenza un altro squilibrio ai danni del Veneto: 291 euro per abitante in questa parte d’Italia, penultimo in una media nazionale di 452,50 euro. Proprio perché gli investimenti sono stati più ridotti si registra, in compenso, un miglioramento nell’andamento dei rimborsi (72,15 euro in Veneto, quasi 74 nel nazionale).

Lo studio si chiude con una considerazione del debito pubblico, giunto a superare il 130 per cento del Pil e aumentato per abitante dai 22.226,26 euro del 1998 ai 33.318,61 del 2012. Di questa somma solo il 5,8 per cento è stato generato dalle amministrazioni locali e nello specifico solo per il 2,5 per cento dai Comuni.

Inutile aggiungere l’amarezza dell’Associazione dei Comuni Veneti, nello scorrere questi dati. Che ricorda l’articolo 149 del Tuel e ne chiede l’applicazione concreta: “Ai Comuni e alle Province la legge riconosce, nell’ambito della finanza pubblica, autonomia finanziaria su certezza di risorse proprie e trasferite”.

 

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