“Le carte del Vajont, dalla diga al processo” è questo il titolo della rappresentativa e importante mostra in questo periodo allineata nella sede dell’antica chiesa di Santa Maria dei Battuti che si trova nelle adiacenze dell’Archivio di Stato organismo del Ministero dei Beni e Attività culturali e del turismo e da considerarsi principale motore, con il direttore Eurigio Tonetti, del ritorno per il 50 anniversario del tragico disastro, degli atti processuali dell’Aquila, in provincia.
Inaugurata il 17 dicembre scorso, la mostra dovrebbe chiudere il 23 gennaio 2014 salvo possibili proroghe.
L’esposizione si avvale di filmati e, un plastico, passa in rassegna con i documenti originali, gli atti processuali, che comprendono gli iter progettuali, le verifiche del territorio, le prove in laboratorio, la corrispondenza tra i vari soggetti coinvolti nelle varie fasi di costruzione di quell’imponente opera in calcestruzzo sul torrente Vajont che doveva divenire un serbatoio di sistema idroelettrico esteso in gran parte della valle del Piave, da Pieve di Cadore, alla Valzoldana, a Soverzene.
Parliamo del progettista Carlo Semenza che inviando una lettera al geologo Dal Piaz (gravemente colpevole della sottovalutazione ambientale e delle frane che portarono poi alla catastrofe) preparava la visita del figlio Edoardo, geologo, e ne preannunciava le conclusioni alle quali era giunto sulla pericolosità dell’immane frana, invitandolo a smorzarle, contenerle. Diverse altre sono le prove, i segnali di pericolo che furono occultati, nascosti, fatti sparire come le prove effettuate a Nove e riportate pure nel film di Martinelli. Insomma, il prevalere del profitto su tutto e tutti, sicurezza delle popolazioni locali in primo luogo, senza contare la sottomissione totale degli organismi dello stato, dal Genio civile, alle prefetture e della politica in spregio alla ricerca della tutela degli abitanti delle vallate interessante. Salvo l’invocazione di Biadene “Iddio ce la mandi buona” la sera del 9 ottobre 1963 quando era oramai troppo tardi, il cui originale si può vedere in mostra.
Per concludere, va osservato come in questo paese non sia cambiato proprio nulla. Infatti, le odierne vicende del decreto denominato “Mille proroghe” perpetuano, 50 anni dopo l’immane tragedia costata 2000 morti e molte mutilazioni, la perpetuazione degli interessi lobbistici – come stigmatizzato da un puntuale editoriale del giurista Pasquino sui giornali come il Corriere delle Alpi – con il massimo del disprezzo verso le attese generali del paese, tanto che è stato duramente criticato da tutte le posizioni partitiche e fatto ritirare dal Presidente della Repubblica.
Eugenio Padovan


