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In libreria. Roghi di Franco Zizola: “Si può bruciare il corpo, ma non il pensiero”

Quattro secoli abbondanti fa Giordano Bruno, e qualche decennio prima Pomponio de Algerio anche lui di Nola, il mugnaio Menocchio a Montereale Valcellina vicino a Pordenone, e ancora Giulio Cesare Vanini, Michele Serveto. Tutti bruciati come “hostinatissimi” eretici. E a Treviso, città devota alla gioia di vivere, Margherita, Anna, Caterina, Camilla, Nicolosa, Lucia, Rosa bruciate no, ma frustate in piazza e a dorso d’asino allontanate dalla città come streghe. E a Spresiano, sempre nel Cinquecento, un altro eretico annegato perché a Venezia i roghi davano troppa pubblicità. Altri tempi? Non troppo perché chi non sta con la maggioranza anche oggi è condannato. Non al rogo, ma al ghetto sociale.

franco zizolaFranco Zizola, montebellunese, autore di importanti romanzi come “Ruber palus”, “Le favole di Isabella”, “La chiave nel pozzo”, torna ad uno dei suoi temi preferiti: la libertà di pensiero. L’occasione gli è fornita, ora, dal dramma umano di Giordano Bruno, frate domenicano di Nola, che ha voluto vivere pensando con la propria testa. Che gli faceva intravvedere troppe iniquità nel mondo e in quello ecclesiastico specialmente. Perché non credere alla Trinità, come Bruno o Serveto, era reato che portava al rogo. E “Roghi”, appunto, si intitola il bel libro di Zizola edito dalla veneziana Lunargento.

roghi franco zizolaL’autore trevigiano ripercorre, attraverso la vita movimentata di Giordano, altre simili vicende fosche con protagonisti uomini di pensiero, ma anche poveri cristi come Domenico Scandella detto Menocchio, padre di numerosa prole, che non accettava le imposizioni fideistiche della Chiesa. E perciò affidato alle “cure” dell’Inquisizione che, se non si ritrattava come farà Galileo pochi anni dopo, redimeva il reprobo con un bel falò. Ma si può bruciare il corpo – dice Zizola – non il pensiero. E la grandezza di Bruno è oggi più alta che mai, simbolo nella sua tragedia della libertà di pensiero. Zizola non scrive un romanzo storico, analizza i fatti del passato mettendoli a confronto con quelli odierni. E troppe sono le analogie per non temere e scorgere che amare l’indipendenza e la verità è pericoloso sempre. Non finisci bruciato, ma allontanato e messo in disparte. Perché – commenta Zizola – l’intelligenza comporta solitudine. Si illudono quelli che ricevono la verità come un pacco confezionato. La verità si conquista e non può essere donata da nessuno. Un libro, “Roghi”, che condanna i subdoli padri spirituali che violentano le coscienze, maestri di ipocrisia che non amano né verità nè giustizia. Come invece amarono Lucrezio, Bruno, Leopardi. Bruno è un utopista e come tale meritevole di rogo. Non accadde anche Tommaso Moro? L’utopia del frate di Nola è quella di un mondo dominato dalla legge morale e dalla verità. Ma i più amano l’ignoranza madre di ogni felicità.

Il bel lavoro di Franco Zizola, ricco di accessibili spunti eruditi, è un “j’accuse” contro ogni chiusura mentale, contro l’intolleranza intellettuale e religiosa che non accettano altre verità. Chi l’ha detto che la verità è una sola? E se non ci credi sei degno di morire. Come accadde allo spagnolo Serveto bruciato a Ginevra da Giovanni Calvino che in fatto di intolleranza aveva da insegnare all’Inquisizione. Una carrellata culturale in un secolo come il Cinquecento che ha sconvolto l’Europa religiosa. E anche la piccola Treviso dove di roghi ce n’è stato (e c’è ancora) soltanto uno: quello della vecia a metà quaresima. Rogo di fuoco, ma quelli psicologici, ghettizzanti, escludenti non sono mai terminati. Il cammino verso la verità e la tolleranza è lungo. E forse non finirà mai.

Sante Rossetto

 

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