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Casa coniugale costruita sul terreno di proprietà esclusiva di un coniuge: in caso di separazione il fabbricato rimane al coniuge proprietario del suolo dove è stata edificata * intervento a cura dello Studio legale Stefano Bettiol

Valentina Gatti
Valentina Gatti

Proseguiamo l’appuntamento con la legge, curato dall’avvocato Stefano Bettiol e la dottoressa Valentina Gatti, con una situazione piuttosto frequente che si può presentare tra coniugi.

Supponiamo che al momento del matrimonio i due sposi optino per il regime di comunione legale dei beni. E costruiscano insieme, su un terreno di esclusiva proprietà di uno dei due, quella che diventerà la casa coniugale.

Successivamente, destino vuole che l’idillio finisca e che i due si separino.

A questo punto la domanda sorge spontanea: quali sono i diritti che può vantare, nei confronti della casa coniugale, il coniuge non proprietario del terreno, il quale, tuttavia, ha investito denaro per pagare la manodopera ed i materiali necessari ad edificare il nido d’amore?

Per rispondere a tale quesito è opportuno, innanzitutto, rispolverare il diritto romano e recuperare quel principio, ancora vivo nel nostro ordinamento, riassumibile nel brocardo “superficies solo cedit”, ai sensi del quale il proprietario del suolo acquista, in via automatica, la proprietà di qualsiasi bene che venga edificato sopra di esso.

Stefano Bettiol
Stefano Bettiol

Il passo successivo è costituito da un’ulteriore domanda: come si coordina tale principio, che prende il nome di “accessione” e che è sancito dall’art. 934 c.c., con il regime di comunione legale, secondo il quale tutti gli acquisti compiuti dai coniugi in costanza di matrimonio si considerano beni comuni?

In buona sostanza, quello che si deve capire è se la casa costruita durante il matrimonio, con il denaro ed il sudore di entrambi i coniugi, rappresenti un bene della comunione legale o rientri, invece, nell’esclusiva titolarità del proprietario del terreno.

Per non tediare a lungo il lettore si intende sùbito svelare che il vincitore del duello che vede sfidarsi, da un lato, l’istituto della comunione legale tra coniugi e, dall’altro, quello dell’accessione, è proprio quest’ultimo: “superficies solo cedit”.

La giurisprudenza attuale, infatti, superando vetusti orientamenti di senso contrario, si è assestata sull’interpretazione data dalle Sezioni Unite della Cassazione, nella lapidaria sentenza n° 651 del 27.01.1996, ove si legge che: “La costruzione realizzata durante il matrimonio da entrambi i coniugi, sul suolo di proprietà personale ed esclusiva di uno di essi, appartiene esclusivamente a quest’ultimo in virtù delle disposizioni generali in materia di accessione e, pertanto, non costituisce oggetto della comunione legale, ai sensi dell’art. 177, I comma, lett. b), cod. civ.”.

Tuttavia, il coniuge non proprietario, una volta intervenuta la separazione e scioltasi, di conseguenza, la comunione legale dei beni, non rimane sprovvisto di tutela alcuna, bensì allo stesso è riconosciuto il diritto di recuperare le somme sborsate per la costruzione di quell’immobile, nei cui confronti, invece, non è in grado di vantare alcun diritto di comproprietà.

Quello del coniuge non proprietario è un vero e proprio diritto di credito, pari alla metà del valore dei materiali e della manodopera impiegati nella costruzione dell’immobile.

Bisogna fare, tuttavia, una puntualizzazione. Se le somme utilizzate per la realizzazione del fabbricato sono state attinte dalla comunione, si applicherà l’art. 192 comma 1 c.c., ai sensi del quale ciascuno dei coniugi è tenuto a rimborsare alla comunione le somme prelevate dal patrimonio comune per fini diversi dall’adempimento delle obbligazioni gravanti sui beni dei coniugi. D’altra parte, nel caso in cui nella costruzione sia stato impiegato denaro appartenente in via esclusiva all’altro coniuge, a quest’ultimo spetterà il diritto di ripetere le somme erogate sia per l’acquisto dei materiali che per la manodopera, secondi i principi della ripetizione dell’indebito, di cui all’art. 2033 c.c., il quale, in via generale, sancisce il diritto, per colui che ha effettuato un pagamento non dovuto, di vedersi restituire quanto sborsato.

E’ chiaro che il coniuge che pretenda di ripetere le somme spese, dovrà provare in modo puntuale di avere conferito il proprio apporto economico per la realizzazione della costruzione attingendo a risorse patrimoniali personali o comuni.

Tuttavia, è altrettanto chiaro che, in sede processuale, la prova della provenienza dei denari impiegati per l’effettuazione delle opere, sarà, di fatto, assai ardua, per non dire diabolica.

 

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