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Chirurgia estetica: non sempre il risultato insoddisfacente è un danno risarcibile. Determinante il “consenso informato” firmato dal paziente * intervento dell’avvocato Stefano Bettiol e dr.ssa Valentina Gatti

Stefano Bettiol
Stefano Bettiol

La corsa al “ritocco estetico” attira sempre più partecipanti. E’ in costante aumento, infatti, il numero di persone che, spinte dal desiderio di correggere insopportabili difetti, ovvero di appagare un mero capriccio, si affidano alle rassicuranti mani dei chirurghi estetici.

Tuttavia, dall’altro lato della medaglia, assistiamo ad un progressivo aumento delle azioni risarcitorie nei confronti dei medesimi professionisti, instaurate da agguerriti pazienti che si dichiarano insoddisfatti, anche a distanza di anni, dell’intervento subìto.
La questione merita delle riflessioni, in quanto al rapporto medico-paziente non può ritenersi applicabile, sic et simpliciter, la politica del “soddisfatti o rimborsati”.
Ciò che ci si deve chiedere è, da un lato, quando e fino a che punto l’insoddisfazione possa assurgere a fonte di danno risarcibile, stante l’imprescindibile carattere soggettivo del “gusto estetico” e, d’altro lato, in quali casi il chirurgo estetico possa essere ritenuto responsabile dei danni lamentati dal paziente.

La risposta al quesito va ricavata dall’esatta collocazione dell’obbligazione assunta dal medico nella categoria delle obbligazioni di risultato o in quella delle obbligazioni di mezzi. Nel primo caso, poiché la prestazione è indirizzata a realizzare compiutamente il risultato cui ha interesse il creditore, il suo mancato raggiungimento integra di per sè l’inadempimento; nel caso dell’obbligo di mezzi, invece, la prestazione si sostanzia in un’attività fornita di alcuni caratteri (di diligenza, prudenza e perizia) diretta verso un risultato finale, il quale, tuttavia, resta al di fuori del contenuto della stessa, cosicché la sua mancata realizzazione non costituisce, di per sé, un inadempimento.

La maggioranza della dottrina e della giurisprudenza ritiene che l’obbligazione del chirurgo estetico sia di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo un dato incarico, si impegna alla prestazione della propria opera per raggiungere il risultato che gli viene richiesto, ma non anche al certo conseguimento di quest’ultimo. Il risultato estetico, infatti, non può costituire un dato assoluto ed oggettivo, bensì va valutato in base alla situazione pregressa del paziente ed in relazione al contenuto del cosiddetto consenso informato firmato dal paziente. Il consenso informato deve descrivere accuratamente ed in modo dettagliato le modalità, i risultati, i rischi e le eventuali complicanze dell’intervento, per permettere al destinatario di tali informazioni di scegliere, con cognizione di causa, se sottoporsi o meno a quest’ultimo, e quindi di esercitare consapevolmente la propria autonomia privata. In tal modo il rischio, inevitabile in ogni intervento chirurgico, viene assunto consapevolmente dal paziente.

Pertanto il chirurgo estetico che adempie correttamente il proprio obbligo di prospettare realisticamente al paziente le possibilità di ottenere il risultato sperato, risponderà dell’insuccesso del suo intervento unicamente in caso di negligenza, imprudenza e imperizia, non potendo essere ritenuto responsabile per la sola circostanza del mancato raggiungimento del risultato che il cliente si era prefissato.
E’ il consenso informato, dunque, a rivestire un ruolo centrale: da un lato il chirurgo estetico deve puntualizzare nella maniera più specifica il risultato che intende garantire, oltreché prospettare le possibili conseguenze pregiudizievoli dell’intervento, dall’altro, il paziente ha l’onere di ricevere con attenzione tutte le informazioni che questi gli fornisce, al fine di meditare sull’opportunità di sottoporsi all’intervento, di cui andrà ad assumere, consapevolmente, l’inevitabile rischio.
Avv. Stefano Bettiol
Dott.ssa Valentina Gatti – Dottoranda di Ricerca presso l’Università degli Studi di Padova

 

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