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Foibe, De Carlo e gli esuli venerdì dal Prefetto: “Via il cavalierato a Tito”. Ma ha senso alzare i toni sul sangue del passato? Soprattutto se il nostro passato non è cristallino

“Noi amministratori locali siamo sempre tenuti a rispondere al Presidente della Repubblica e al Prefetto; vediamo invece che da parte di Napolitano non c’è la stessa attenzione per quella che è semplicemente una richiesta di buonsenso”.

A due anni esatti dalla prima lettera al Quirinale, il sindaco di Calalzo Luca De Carlo (nella foto) e l’assessore Antonio Da Col tornano a domandare con forza la cancellazione dell’onorificenza del cavalierato concessa a Tito, responsabile del massacro delle foibe del quale domenica prossima si commemora il Ricordo. E lo fanno direttamente al Prefetto di Belluno, Maria Laura Simonetti, con una lettera cui si uniscono gli Esuli dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

Non stupisce, tuttavia, il silenzio del capo dello Stato, che se accogliesse la richiesta dell’intraprendente sindaco bellunese e del suo assessore, sarebbe inevitabilmente bersaglio della diplomazia degli stati della ex Jugoslavia, che chiederebbero giustamente spiegazioni e chiarimenti sul comportamento dell’esercito italiano, invasore dei Balcani, dal 1941 al 1943.

Ci riferiamo alle carte del procuratore militare Antonino Intelisano nel procedimento contro ignoti per individuare i responsabili degli eccidi avvenuti nei Balcani, dove i carnefici eravamo noi. Il generale Mario Roatta, ad esempio, comandante della II Armata in Croazia, e il generale Mario Robotti, comandante dell’11mo Corpo d’armata e grande deportatore di Lubiana, quello che disse “qui si ammazza troppo poco”. Ma l’elenco sarebbe molto lungo e comunque è contenuto nei 70 fascicoli prodotti dalla Commissione Gasparotto nel giugno del 1951. Un secondo armadio della vergogna, insomma, rimasto chiuso grazie a un cavillo giuridico contenuto nell’art.165 del Codice penale militare di guerra. Per il quale si potevano processare i militari italiani che avevano commesso reati in territori occupati, solo a condizione che si garantisse lo stesso trattamento ai responsabili di reati commessi nei confronti di italiani. Insomma, noi italiani processiamo i nostri generali e voi jugoslavi processate i responsabili delle foibe.

Tutto venne insabbiato. Ma quella clausola di reciprocità che permise di tenere tutto sotto chiave, non esiste più dal 2002. Ecco allora che riemergono i fantasmi del passato. La regola della “testa per dente”, della rappresaglia, di dieci civili fucilati per ogni soldato ucciso non era solo dei tedeschi! L’abbiamo applicata anche noi in Jugoslavia e in Grecia contro i “ribelli”; quelli che in realtà difendevano le loro terre, perché in questo caso eravamo noi gli invasori che avevano dichiarato guerra. Una serie di brutte storie. Come quella del 16 febbraio 1943 a Domenikon, in Tessaglia, dove gli italiani uccidono per rappresaglia 150 civili. Come quella dei battaglioni Ivrea e Aosta che rastrellano 11 villaggi in Montenegro e fucilano 20 contadini. Come quella contenuta nella denuncia del 12 luglio 1942 agli atti della Commissione Gasparotto, che indica il famigerato prefetto del Carnaro, Temistocle Testa, quale responsabile dell’eccidio di Podhum, un villaggio a pochi chilometri da Fiume. Dove reparti dell’esercito italiano coadiuvati da carabinieri e camicie nere fucilarono oltre 100 uomini, deportarono 200 famiglie, confiscarono beni e 2000 capi di bestiame. E ancora i rastrellamenti di Lubiana dove dei 40 mila abitanti maschi, ne furono arrestati 2.858 e altri 3 mila catturati in una seconda operazione. Tutti deportati insieme a vecchi, donne e bambini nei campi di concentramento dell’isola di Arbe (oggi Rab) in Croazia e dove poi morirono di stenti in 1500. Regista di questi crimini era il generale Taddeo Orlando che nel 1945 diventa comandante dell’Arma dei carabinieri e lascia evadere il suo collega generale Mario Roatta che era stato condannato all’ergastolo per l’assasinio dei fratelli Rosselli. Roatta si rifugia in Vaticano, poi fugge in Spagna con la moglie e, dopo l’amnistia, nel 1966 ritorna in Italia e muore a Roma impunito nel 1968. Come rimarranno impuniti praticamente tutti i massacratori italiani dei Balcani, protetti da una lunga cortina di omissioni e dalla ragion di Stato.

 

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